Racconti
La luna sul fienile PDF Stampa E-mail

Sudore e sangue. Sangue, sudore e paglia.
Era steso su un cumulo di paglia sporca, umida e intrisa di sangue altrui quando si sentì puntare un fucile in mezzo alla fronte. L’odore rancido dell’erba, misto a quello dei cadaveri, dannati a morire in quel decadente fienile, raschiava le sue narici facendosi strada verso il suo cervello. Le tempie: ricoperte di ciocche di capelli appiccicate a sudore e sangue, stavolta suo, dovuto a qualche ferita passata. Le mani: tremanti. Gli occhi, all’infuori, roteavano folli alla ricerca di un punto su cui posarsi. Bava scendeva dalla sua bocca ricoperta di tagli. Una triste espressione da ebete non scacciava però del tutto una certa coscienza dei gesti e dello sguardo, opaco ma talvolta crudelmente lucido. Avrebbe preferito non vedere ciò che stava guardando. Era buio completo fuori, ma un raggio di luna penetrava da una delle tante assi rotte del soffitto e andava a colpire la punta di quel fucile che lo stava minacciando. “E così, hanno trovato anche me…” pensò tra sé e sé con un accento di imprevedibile e spaventosa apatia. Un nuvolone scuro coprì la luna. La sua luce non riuscì a trafiggere e oltrepassare la densità della nube. Il buio tornò a regnare nella capanna. Scricchiolii, affanni, rumori d’armi dicevano all’uomo a terra di non essere rimasto solo. Oltre a lui e al buio c’era ancora quel fucile che adesso tentennava, accecato dall’oscurità, nel ritrovare il suo bersaglio. Ma il suo bersaglio non si mosse, non ne aveva le forze. Respirò profondamente, alzò il capo verso l’alto e scrutò oltre il soffitto, attraverso il buco, nel cielo nero. Una, due, tre stelle c’erano a scintillare, flebili, in quel magma nero che tutto inghiotte, in quel magma nero che la gente chiama cielo. Pensò a sua madre, alla sua famiglia. Sorrise. Poi la luce tornò, il nuvolone passò. Il suo raggio biancastro e lucente non colpì, stavolta, in pieno il fucile, ma volle mostrare un’altra cosa. Il volto dell’aguzzino. Sotto la barba incolta e il cappelletto tipico dell’esercito borbonico, l’uomo intrappolato sulla paglia nauseabonda, non poté non riconoscere quegli occhi. Occhi che si prefiggevano freddezza, ma che erano in profondità spaventati, confusi. Erano mutati sì, ma erano oltremodo inconfondibili.
“Morirai come i tuoi compagni… Pazzi persecutori di una insulsa e sporca causa! Non meritate che l’oblio…” disse l’aguzzino con voce rotta e  tremante parlando quasi a sé stesso. Anche la voce era riconoscibilissima: calda, pacata, profonda… non c’erano più dubbi: “Ѐ lui” pensò in un misto di sorpresa e orrore l’uomo-quasi-cadavere tra i cadaveri. E quello che subito dopo vide fu l’indice del suo torturatore scivolare, silenzioso e impietoso, sul grilletto del fucile. La luna, divertita e beffarda, con un enigmatico gioco di luci fece cadere un altro suo raggio dritto sul volto, sfigurato dal dolore, della vittima. L’uomo col fucile esitò un momento. Un momento durante il quale, l’uomo-sulla-paglia, vide tutta la sua vita scorrergli davanti.
Tornò a trent’anni prima. Era ancora piccolo. Stava giocando con i suoi fratelli fuori casa quando vide un bambino, più o meno della sua stessa età, correre nella loro direzione. Piangeva e gridava tanto forte da far uscire dalla casa sua madre, spaventata da quelle urla sconosciute. Vide quel bambino, lo fermò, lo fece calmare e poi lo fece entrare in casa. Gli diede da bere e da mangiare, chissà da quanti giorni era digiuno. Stava scappando dal suo padrone, spiegò. Si era rifiutato di obbedire ai suoi ordini. Lo aveva rinchiuso in una stanza insieme ai topi, lo aveva malmenato, ma alla fine era riuscito a fuggire. Il padrone cattivo, però, se ne era accorto e aveva iniziato a inseguirlo. Grasso e accidioso, si era fermato poco dopo, “uno di meno!” aveva esclamato ghignando, e il bambino era riuscito a seminarlo. Poteva nascondersi lì per un po’? “Ma certo piccolino… ho un figlio che ha più o meno la tua età, ti troverai bene con lui e potrete diventare amici!”. Quando si fu calmato, il bambino, si asciugò il viso, ancora sconvolto e rigato dalle lacrime; sorrise, d’un sorriso incantevole. Da quel pomeriggio, rimase in quella casa per molto tempo, e, i due coetanei, non poterono far altro che crescere insieme. Giorno dopo giorno la vita li univa sempre di più. I primi amori, i primi segreti, i primi spari, i primi sogni contribuirono a legare due destini fatalmente inscindibili.
E il tempo passò.
Tornò a quindici anni prima, quando i due giovani, inseparabili amici, ebbero un violento scontro d’opinioni. Non ricordava neanche il motivo, ma non era in fondo nulla di serio e irreparabile. Era il tempo in cui Mazzini era già un eroe. Le sue idee erano la nuova Bibbia del popolo, i suoi progetti disegnavano il futuro da tutti sperato. E in quel tempo, arrivò una notte che portò via con sé il bambino venuto dal niente, ormai divenuto un ragazzo. Il giorno illuminò il vuoto che la notte aveva lasciato in quella casa: quel ragazzo, venuto dal niente era di nuovo sparito nel niente. Una lettera su un tavolo. Andava via, perché quello non era il suo posto. Ringraziava per tutto. E a quel tutto sarebbe stato per sempre riconoscente. Qualche lacrima, rabbia per l’abbandono ingiusto e immotivato, ma poi, la vita riprese a scorrere con tranquillità. Il giovane ragazzo, orfano del migliore amico che avesse mai avuto, divenne una figura di spicco nel suo paesello: bello, virtuoso, forte, si fece portavoce delle idee del geniale Mazzini e si fece braccio dell’eroico Garibaldi. Partecipò ai moti insurrezionali per amore dell’Italia, seguì il condottiero di Nizza durante la prima guerra d’indipendenza, poi combatté al suo fianco per la Repubblica di Roma e negli anni della seconda guerra d’indipendenza. Vide morire tanti uomini, vide corpi straziati di donne e bambini, vide la fame, la miseria, la paura e la morte. La morte… che si era portata via due dei suoi tre fratelli; la morte, vecchia conoscente che si era già presa suo padre quando era piccolo; la morte, che faceva tremare sua madre ogni giorno, ogni momento, ogni attimo della sua vita. Ma lui si era rifiutato di restare nascosto in casa mandando gli altri a combattere: lui voleva lottare per la sua patria, la sua Italia, voleva lottare per un domani migliore. Voleva lottare, anche, per sua madre, che meritava di più. Voleva lottare per far sì che tutti i suoi morti, redivivi nel suo cuore, non fossero morti invano. Leggeva Mazzini, Leopardi, Foscolo e, naturalmente, Dante: i suoi miti, non gli insegnavano di certo a fuggire. Era diventato, insomma, un giovane spirito che ardeva per la libertà e la giustizia. Possibile che fosse destinato ad ardere così velocemente e a non lasciare di sé che cenere? Possibile che quel soffitto, quella luna, sarebbero state le ultime cose che avrebbe visto? E che quel miasma di sangue, paglia, sudore e morte, sarebbe stato l’ultimo odore che avrebbe sentito? Possibile che quei cadaveri trucidati sarebbero stati gli unici, muti, testimoni della sua morte? Ed era possibile che tutto ciò sarebbe accaduto per mano sua? Per mano di quegli occhi? Per opera di quel bambino venuto dal nulla e tornato nel nulla? Era davvero passato, irrimediabilmente, dalla parte del nemico? Li aveva traditi?
Ma lui non era partito da Quarto, sbarcando a Marsala, per morire in uno sporco fienile.
O forse sì?
Forse era giusto così, forse la causa non era altro che un orrendo, lento, stillicidio di anime devote a delle idee insensate e blasfeme. Forse era giusto morire, da pazzi, per mano di gente più savia e ragionevole… No! Impossibile! Non c’era ragionevolezza nell’augurare all’Italia di non sbocciare mai, di morire divisa, non c’era saggezza nel lasciarla bruciare nell’ingiustizia e nell’odio di vari capi in eterna guerra tra loro. La verità non era lì. E lui non avrebbe certo rinnegato una vita intera proprio nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrare estrema fedeltà: non avrebbe abiurato nell’estremo momento della morte, questo mai! Aveva cercato rifugio in quel fienile, vi aveva trovato altri cadaveri, e poi lui stesso era stato trovato. E adesso si trovava faccia a faccia con il suo aguzzino, entrato in quella sorta di cascina per fare un veloce sopralluogo. Ma sicuramente ad un suo fischio sarebbero accorsi tanti altri suoi compagni, tanti altri aguzzini, in quel momento fuori il fienile alla ricerca di qualche altro garibaldino da freddare. E che il suo torturatore non fosse altro che il suo amico d’un tempo forse non era una coincidenza.
Il momento passò: l’uomo-sulla-paglia aveva rivisto tutta la sua vita, aveva riflettuto, aveva avuto paura ma l’aveva poi vinta, ricacciandola indietro, ritrovando la speranza e la forza. Tutto questo in un attimo, che gli parve un’eternità. L’indice del suo amico-nemico era ancora sul grilletto del fucile, ma la mano tremò nuovamente mentre gli occhi si velarono di lacrime. “Tu…” gli disse il soldato dell’esercito borbonico. “Tu qui… tra questi morti, tra questo tanfo, tra questa tanta sciocca angoscia… perché?”
“Perché questo è il mio posto. Tu sei fuggito quella notte… mi hai lasciato. Hai avuto paura… Hai pensato di schierarti col più forte… ed ora sei qui, con me, a puntarmi un fucile contro. Puoi ancora liberarti, riscattarti… Vuoi davvero essere il mio assassino e l’assassino della patria? Vuoi ancora schierarti dalla parte del sopruso? Vuoi ancora uccidere altri giovani speranzosi e altre madri dolorose? Non era la mia casa il tuo posto… ma neanche questo è il tuo posto, non sei nato per questo… quanta gente hai già ucciso… fratello…?”. La voce vacillava a queste parole, la forza stava abbandonando l’uomo-nel-fienile. Non aveva paura di morire, quello che gli interessava ora, era salvare l’anima e la coscienza dell’amico ritrovato. Chiuse gli occhi sorridendo amaramente. Pensando a sua madre aspettava, da un momento all’altro, il colpo fatale.
Una nuova nuvola coprì la luna. La notte era irrequieta, il cielo era ribelle e burrascoso. Faceva freddo, ed ancora di più nel buio. Sentì il fucile cercare la sua fronte. Sentì il dito lasciare il grilletto e ritrovarlo. Sentì che era giunta l’ora. L’odore della morte, che lui ormai aveva imparato a riconoscere, era inconfondibile, era tornata di nuovo per portarsi via qualcos’altro. Una voce, calma, profonda, ruppe l’oscurità.
“Credi forse che io abbia ancora un cuore? Ho visto morire tante di quelle persone. E molto spesso sono stato io a togliere loro la luce dagli occhi. Quegli occhi che mi guardavano imploranti, io li ho accecati, per sempre. Tornano nei miei sogni, mi dicono: assassino. Sì, sono cambiato da allora, non ho più provato cosa sia la pietà. Odio la vita, appoggio il più forte, uccido il debole. Niente di più… Ma tu non mi guardi… hai chiuso gli occhi… e adesso è buio. Come posso uccidere anche te? Tu… tu sei un eroe. Tu e tutti quegli altri giovani pazzi… voi che avete seguito delle idee, dei valori… siete degli eroi. Sono stufo della mia meschinità… l’Italia forse è davvero pronta al cambiamento ora… forse è davvero l’epoca di uomini leggendari ed eroici… forse non è c’è più posto per me… non mi sono mai sentito a mio agio su questo mondo, tranne che con te. Ma basta ora, ho perso anche troppo tempo… sono costretto a dirti addio… vince il più forte… muore l’eroe… addio!”.
Un rumore secco: il fucile era nuovamente impugnato. Serrato nelle mani dell’aguzzino. L’uomo a terra sentì uno spostamento d’aria fredda: il fucile era stato posizionato contro il suo bersaglio. Eccola: la morte, è vicinissima… poteva contare i suoi passi. Uno, due, tre… chiuse gli occhi. Un sordo sparo inondò il fienile. Sangue caldo colava sulla sua faccia.
La luna si riaffacciò sul soffitto dalle assi spaccate.
Riaprì gli occhi. Il sangue non era suo. Davanti a lui giaceva il suo aguzzino, il suo amico, il suo salvatore. Era morto da eroe consentendogli di continuare per la sua, giusta, strada. Non c’era tempo da perdere: gli altri uomini dell’esercito borbonico sarebbero giunti a momenti, richiamati dallo sparo. Radunò tutte le forze che aveva, si alzò, si chinò per un attimo sul cadavere caldo dell’uomo col fucile stretto tra le mani. Chiuse gli occhi a quel morto, dandogli un’aria più sollevata… sembrava quasi felice. Gli accarezzò il volto e fuggì, nella notte.
Qualche mese dopo, a Gaeta, l’esercito borbonico veniva definitivamente sconfitto, e l’Italia, dopo tanto soffrire, veniva dichiarata Regno. L’uomo-del-fienile aveva combattuto da eroe tra gli eroi, i nemici erano stati demonizzati. Damnatio memoriae per i traditori! Ma… in una travagliata storia di morte, vita, sangue, paura, ingegno e sentimento… chi può dirsi eroe? E chi traditore?

 

Antenisca Leone - Civitavecchia

Terzo Premio alla II Edizione del Concorso Nazionale di Narrativa Storica Inedita "I racconti del Risorgimento: storie leggendarie di patrioti e di briganti"

 
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