| Il Natale popolare |
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Il Natale popolare Il Natale, «festa del cuore e dell’anima», come scrisse il grande studioso castrovillarese, Ettore Miraglia, è una festa magica, tanto attesa e tanto desiderata da tutti, grandi e piccini, e, nella tradizione contadina essa ha un ‘importanza davvero particolare. L’allestimento del presepe e la preparazione dei dolci caratteristici, a base di farina, uova, miele,vino cotto e zucchero: cannarituli, cicirata, giurgiulina, mustazzuli, ciotaredde, erano soltanto alcuni dei momenti più intensi che fanno da preludio alla notte in cui nasce il Bambinello. Ed era proprio attorno al presepe che la famiglia castrovillarese si riuniva, nel mese di Dicembre, ed i bambini facevano le loro promesse a Gesù. In particolare, il giorno della vigilia di Natale, 24 dicembre, il pranzo veniva sostituito dalla frittura delle “vecchiaredde”, cosi chiamate perché venivano fatte dalle donne più anziane, quindi la cena era costituita da nove o tredici cose rituali che potevano arrivare anche a ventiquattro, compresi i dolci tipici, considerati di buon auspicio per la famiglia. Questi dolci, solitamente, si preparavano di sera, si scambiavano tra amici e parenti e si inviavano alle famiglie in lutto, avvolgendoli con cura in un tovagliolo, per non offendere il dolore di chi era in lutto stretto, altrimenti si potevano tranquillamente sistemarli in un canestro. Ma quali erano le specialità del cena di Natale? Chi le conosce? Allora, vermicelli culla muddica, broccoli di rape, merluzzo, capitone o baccalà, finocchi… In ogni casa, tuttavia, nostri nonni lasciavano apparecchiata la mensa, per credevano che la Madonna visitasse le famiglie per assaggiare il cibo e non spegnevano ‘u zippunu, nel focolare, dopo averlo segnato con il dito unto di olio, perché serviva alla Vergine Maria per asciugare i pannolini di Gesù Bambino. Si rimaneva così attorno al caminetto accesso, tutt’insieme e poi a mezzanotte si andava alla missa da stidda, tra suoni di cupi cupi, campane, zirri zirri e mortaretti. Molte erano le credenze pagane che si legavano alla celebrazione del santo Natale. I contadini erano convinti che nella notte di N atale tutti gli animali acquistassero la favella, che gli alberi si ricoprissero di foglie, di fiori e di frutti maturi, che in tutti i fiumi scorresse olio, che dalle fontane sgorgasse miele e che gli oggetti si tramutassero in oro (ma guai a chi avesse osato verificare ciò, perché sarebbe morto immediatamente!!). Si riteneva, inoltre che l’acqua attinta a mezzanotte, senza farsi vedere o almeno riconoscere da alcuno, sarebbe stata rimedio sicuro contro ogni malattia, portando felicità e benessere in casa e in famiglia. Quest’acqua, ancora oggi, viene chiamata da alcuni “acqua muta”
Riferimenti bibliografici A. Schettini, Castrovillari nelle tradizioni popolari, 1985 E. Miraglia, Notizie storiche su Castrovillari, 1989 |




