Leggende Popolari del Pollino PDF Stampa E-mail

La nostra raccolta di leggende popolari del Pollino è per lo più tratta da manoscritti di antichi cronisti locali e di appassionati cultori del folklore, tra cui ricordiamo sir Pirro Casalnuovo e Lelio Laventura, nonché dalla memoria orale e dalla tradizione popolare della gente del luogo. La raccolta nasce per recuperare e divulgare il “pregevole patrimonio di leggende” del nostro popolo,

comprendendo la vasta area del Pollino, Castrovillari e i paesi limitrofi, specialmente quelli albanesi ed è una ricostruzione storica, geografica ed etno-antropologica di quei fantasiosi racconti intrisi di mito e di poesia, di quelle vecchie narrazioni nate dalla fervida immaginazione e da quel fondo di verità e di realismo e tramandate per generazioni, ininterrottamente, da padre in figlio. In genere le leggende che abbiamo preso in considerazione  sono legate a tesori nascosti, soprattutto quelli dei briganti, o a creature bellissime e misteriose, pagane o cristiane, a volte benigne come santi e madonne,  altre volte malvagie, come streghe e magari. Molte leggende raccontano le origini di un luogo o spiegano il significato di un toponimo o, anche,  rielaborano fantasticamente fatti realmente accaduti in epoche passate. Diverse sono le versioni di una stessa leggenda riscontrabili in altri paesi della Calabria, con particolare riferimento a quelle leggende derivanti dalla tradizione orale, il senso, tuttavia è uguale per tutte le varianti e il loro fascino ed il loro arcano misticismo sono sicuramente innegabili. Nella suggestiva ed emozionante prefazione del libro di Francesco Perri “Leggende calabresi”, l’autore scrive: «Tra lo Ionio e l’Egeo nacquero le più belle fantasie eroiche e religiose dell’antichità; ma esse, che furono immortalate in modo inimitabile dagli antichi poeti, appartengono ad un clima storico e spirituale talmente diverso e lontano dal nostro, che sarebbe sciocco ora ripeterle come cose che abbiano attinenza con l’anima della nostra popolazione attuale». E’ così che il popolo di Calabria e i nostri avi castrovillaresi hanno rielaborato e fatto proprie quelle mitiche fantasie, mantenendole vive, almeno fino al secolo scorso. Noi, dunque, vogliamo riprenderne il ricordo, riappropriarci di quel loro sfondo poetico e leggendario, a carattere per lo più popolare, che ci appartiene ed adattarlo al gusto letterario contemporaneo, inglobandovi anche le parmidìe e li cunti, conservandone tutto il sentimento e l’umorismo del passato e ripercorrendone il corso del tempo, per offrirle, cosi come sono giunte, in diverso modo fino ad oggi, alle generazioni future. Il nostro lavoro di ricerca e di trascrizione o di rielaborazione degli antichi testi scritti è ancora in corso, per cui questo articolo verrà di volta in volta aggiornato con nuove ed inedite leggende.

 

 

Il tesoro dei lupi
Si narra che il più antico dei tesori nascosti sul massiccio del Pollino debba ancora trovarsi custodito nelle viscere del monte Dolcedorme.Sembra lo abbia occultato sulla vetta del monte un'entità maligna e che vi abbia messo a guardia un branco di lupi famelici. E'ovvio che per potersi impossessare del tesoro i nostri pastori avrebbero dovuto uccidere le bestie, "trafiggendo i loro cuori con uno stiletto di pietra", senza far cadere a terra una sola goccia di sangue. A chi fosse riuscito nell'ardua e pericolosa impresa la montagna avrebbe rivelato caverne, anfratti e voragini zeppe d'oro.




Un celeste inseguimento......
I pastori del Pollino, raccontano che, ad una certa ora della notte, volgendo gli occhi proprio sulla cima del Dolcedorme,si vedono apparire,in successione, due stelle appaiate, seguite a brevissima distanza da altre due, quindi una stella isolata e, un pò più indietro un'altra stella con "addosso" una stellina, quindi un'ultima stella, incerta nel suo scintillio e nel suo cammino. I pastori,la chiamano "la costellazione dei ladri, la riconoscono con facilità e se ne servono per orientarsi, ricordando sempre che un'antica leggenda così spiegava l'origine di quel celeste corteo: una notte due ladri entrarono in una stalla e rubarono due buoi. Dopo aver appeso alle loro corna una lanterna per illuminare la strada buia, li condussero via, menandoli innanzi a loro.Svegliato dai rumori,anche il proprietario della stalla, presa una lanterna e incominciò ad inseguirli. Sulle tracce di quest'ultimo, si mise, a sua volta la moglie, poichè aveva paura di rimanere da sola, portando con sè, in braccio,il piccolo figlioletto e, tra le mani, un'altra lanterna.Preoccupato del rimprovero del padrone, per non aver saputo sorvegliare i buoi, si avviò infine,il giovane garzone, pure con una lanterna, ma procedendo con cautela e prudenza, poichè aveva, al tempo stesso, paura di affrontare i ladri. Insomma, camminando, camminando, uno dietro l'altro, non riuscirono a raggiungersi e sconfinarono nel cielo, dove ancora oggi "non hanno smesso d'inseguirsi e di essere inseguiti"




Frà Bernardo Malizia
Leggendaria è la figura e l'opera di questo straordinario religioso di santa e miracolosa vita, così importante per la storia religiosa moranese. Nel 1545,volendo edificare il romitorio sul monte Colloreto, commissionò a uno scalpellino di Morano la realizzazione di un'enorme vasca circolare, che ancora si trova all'interno del cortile del romitorio. Lo scalpellino la ricavò da un unico, grande blocco di granito, ma poichè tutti ritenevano impossibile trasportare il manufatto su per la montagna, Frà Bernardo la sollevò da solo, la mise su un carro trainato da una coppia di buoi e ordinò alle bestie di muoversi.Gli animali, lentamente si avviarono con il pesantissimo carico verso il Colloreto, superando burroni, picchi e boschi!!Anche il cappuccio del suo abito monacale, custodito come una reliquia, rivelava poteri incredibili, essendo in grado di guarire qualsiasi tipo di male e di liberare dagli spiriti maligni e dal demonio. Si narra che quando il cappuccio veniva portato in processione attraverso le campagne moranesi, allimprovviso cessavano le tempeste,oppure, secondo il bisogno, cominciava a piovere abbondantemente.   


La leggenda della Petrosa
Sul finire del XV secolo, san Francesco di Paola, dovendo lasciare la Calabria, s'incamminò a piedi, a malincuore, sulla strada verso il nord, verso la Francia, seguito da una folla di devoti che desideravano fargli compagnia, almeno,ancora, per un pò di tempo. Oltrepassata la cittadina di Castrovillari, il santo raggiunse un ampia e fertile pianoro, ricco di vigneti e piantagioni di cotone e qui si fermò a chiedere, per sè e il suo seguito, un pò d'acqua, ma il ricco proprietario del luogo gliela negò "per non sottrarla alle sue terre". Il santo, adirato per quella cattiva azione,come soltanto lui sapeva adirarsi, fissando l'uomo con occhi di brace, lo ammonì:" Che l'acqua sparisca da queste terre, sì che di esse tu non abbia più a goderne i frutti". E fu così che da allora quel luogo inaridì e, ancora oggi, tutti lo chiamano la Petrosa

 

La leggenda dei....peperoni "cruschij"!!
Quando fare il militare era obbligatorio e davano 400 lire al giorno, un giovane castrovillarese che faceva il militare a Roma, nei periodi di "magra" andava con gli amici in trattoria per ordinare solo un abbondante piatto di pasta. Poi, nelle fredde ore d'inverno, rimaneva a discutere fino a tardi. Così una sera, dopo aver notato appesi sul camino della trattoria, alcune filiere di peperoni secchi e pieni di polvere, chiese al proprietario cosa mai ne facesse di quei peperoni. Questi rispose: "li tengo a scopo decorativo". Vinta la timidezza e preso dai morsi della fame, il militare chiese se fosse possibile prenderne qualcuno, Acconsentita la richiesta il giovane castrovillarese prese i peperoni, li lavò per bene, li riempì di olio di oliva e li mise a riscaldare al fuoco del camino. Insieme agli altri commilitoni che si trovavano con lui degustarono l'improvvisato piatto, e andò a finire che mangiarono l'intera filiera di peperoni e bevvero vino gratis, mentre il titolare della trattoria "inventò" un succulento piatto tipico, originario dalla Calabria, che andò a ruba tra i clienti buongustai. La fame aguzza l'ingegno...! (Francesco Pugliese)


La leggenda della melograna
Si narra(e sembra proprio che molti castrovillaresi dotati di coraggio abbiano provato personalmente) che, in un luogo abbastanza preciso della cittadina vecchia, si potesse praticare un rituale che, una volta completato, avrebbe portato alla scoperta di un immenso tesoro nascosto. Scendendo dal rione San Vito e Rocca Poverella, fino al fondovalle, in contrada Cutura, s'incontrava un esiguo ruscello che scorreva raggiungendo il fiume Coscile. Orbene costeggiando la parete della rupe sovrastata dai rioni citati e il ruscello, c'era un posto, all'incirca una sorta di crocicchio da dove si diramavano alcuni sentierini,  dove era stato seppellito, in tempi remotissimi, un tesoro. Occorreva trovarsi lì a mezzanotte in punto e mangiare nel più assoluto silenzio una melagrana intera, senza farne cadere un sol chicco per terra. La cosa non era affatto facile perchè molte sarebbero state le insidie nel frattempo: apparizioni di ombre sinistre, le fauci di mille serpenti, rumori e sibili spaventosi, visioni terrificanti, addirittura presenze demoniache. Insomma soltanto chi avesse mangiato il frutto senza farsi intimorire, senza fermarsi dinnanzi ad ogni pauroso fenomeno, avrebbe potuto vedere, alla fine, aprirsi dal terreno una voragine e uscirne fuori tutto il tesoro. Alcuni giovani contadini hanno tentato, impavidi, l'impresa, ma nessuno vi è mai riuscito e forse, il tesoro è ancora là......(Nicola Saraceni)

 

Il gigante e l'asino
C'è una leggenda tutta castrovillarese, risalente al XVII secolo, che narra di un uomo gigantesco quanto pio,il Beato Giovanni Kalà, nato a Gand, nelle Fiandre, da una nobilissima famiglia imparentata con Enrico VI di Svevia. Sembra che Giovanni giunsesse in Calabria, intorno al 1191, insieme al fratello Enrico o Arrigo, altro nobile condottiero, al seguito dell'imperatore svevo, per combattere i Normanni. Nella battaglia di Campobruno, vicino Castrovillari, il valoroso Giovanni venne ferito a morte, ma guarì miracolosamente, come per intervento divino, tanto che decise di abbandonare le armi e di ritirarsi a vita eremitica, in una cappella dedicata alla Trinità, sita in contrada Morzidoso, presso il fiume Coscile, tra Castrovillari e il Ponte Umberto I. Sembra anche che nel suo povero eremo abbia incontrato molti uomini illustri del temp,o tra cui Gioacchino da Fiore, allora abate a Corazzo. Dopo aver condotto il resto della vita in santità, mori a 88 anni nel 1255. A lui si attribuirono molti miracoli nonché il dono della profezia. Nel 1654 furono rinvenute delle ossa ritenute appartenenti a un essere umano gigantesco, proprio come Giovanni Calà, ossa che, dunque, furono raccolte in una preziosa cassa chiusa da tre chiavi e portate in processione nella chiesa dei Minimi di San Francesco di Paola (attuale Caserma dei Carabinieri) e da li trasferite nel monastero delle Clarisse, dove la famiglia Calà aveva una cappella gentilizia. Sembra, infine, che, durante la processione, Carlo Calà, discendente del beato GIovanni andava mormorando tra sè e sè queste misteriose parole: "Oh beati asini, che meritaste tanti onori che già i condottieri di Roma a stento meritarono"!!! Giovanni Kalà, venerato da tutti i castrovillaresi, attendeva di essere nominato beato dal Papa, ma l'iter di canonizzazione venne interrotto quando Angelo Matera, un gentiluomo cosentino, in punto di morte, confessò che, spinto dal desiderio di nobilitarsi, il signorotto Carlo Calà aveva commissionato al letterato cosentino Ferdinando Stocchi falsi documenti storici, relativi a una sua discendenza dalla fantomatica famiglia Kalà legata alla casa di Svevia e rivelò anche che quelle ossa ritrovate e portate agli onori dell'altare erano in realtà le ossa di un asino, e che egli stesso aveva preso parte al raggiro......    

 

Il monte  di Apollo
Lussureggiante, in uno sfolgorio sovrannaturale di colori, inebriato di profumi  è il monte Pollino, quel monte  che dà il nome a tutto il massiccio del Parco Nazionale, già celebre nei secoli passati  per l’abbondanza e la varietà delle sue erbe aromatiche e medicinali e per le sue piante officinali, che crescono spontanee e preziosissime, tanto decantate per le loro virtù terapeutiche, in grado di curare la mente e il corpo.  Alcune di queste specie sono, tuttavia,  pericolose,  altre, addirittura, velenose. Forse proprio per questo motivo, ricordando la sua flora erbacea, arborea e cespugliosa, la leggenda e la storiografia antica definirono il Pollino come  “il monte di Apollo”, il guaritore, il dio medico, "colui che scaccia il male", “colui che ha il potere di scatenare o di allontanare le pestilenze”.  Apollo, come ben si sa ebbe poi un figlio, Asclepio, al dio della medicina, quale insegnò, i segreti per curare e guarire ogni malattia. Secondo altri, invece, il monte doveva chiamarsi anticamente Pellino, in memoria degli Ausoni Pellenioi, i figli del sole e del loro capostipite Ausonio, figlio di Ulisse e della maga Circe (o di Ulisse e della ninfa Calypso)

 

‘U Papparronu
In tempi  remoti Πάππος era una delle maschere del dramma satiresco greco, maschera che ritroviamo come pappus, il vecchio, nelle antiche favole atellane. Da qui, probabilmente l’inquietante ed indescrivibile immagine d’u papparronu, un fantasma pauroso, uomo misterioso, senza volto e senza corpo, grosso, altissimo, nero, rugoso ed oscuro come quel fitto buio da cui avanzava per avviluppare ogni cosa,  come le tele intricate e logore dei ragni a cui i nostri nonni davano la stessa denominazione. ‘U papparronu, anticamente, era evocato per tenere buoni i bimbi,  per spaventarli e la sua figura, che mai nessuno è riuscito a vedere, spesso veniva a confondersi con ‘u mommò, anch’essa terribile e temibile creatura malvagia che i contadini castrovillaresi “chiamavano” per farsi obbedire dai loro piccoli figli.

 

Il destino di ‘za Marianna

La leggenda popolare narra che gli antichi contadini del Sud credevano che il cuculo, ‘u cuccu conoscesse il destino di ogni uomo e fosse in grado di rivelare con il suo canto il momento del matrimonio e della morte: ogni gorgheggio corrispondeva ad un anno. Una antica leggenda popolare racconta che ‘za Marianna, una anziana signora del Pollino si rivolse allu cuccu, con una filastrocca, per sapere quanti anni gli restavano ancora da vivere. Dopo diversi ritornelli la vecchia ricevette la risposta dal cuculo con tre canti ripetuti: Cucù, cucù, cucù. Allora la donna, già in età avanzata, comprendendo che gli rimanevano soltanto tre anni di vita, consumò tutti i suoi beni ma allo scadere del terzo anno  la vecchia non morì affatto  e  si ritrovò senza nessuna cosa per sopravvivere. La poveretta, colpita dalla sfortuna ed ingannata dall’uccello fu costretta a mendicare e, mentre chiedeva l’elemosina,  ripeteva all’infinito la seguente cantilena: ‘za Marianna è arrabbiata che il cuculo l’ha ingannata. Fate l’elemosina a ‘za Marianna che il cuculo gli ha rubato gli anni .(Antonio Iannibelli)

 

La maledizione du’ picuraru

I pastori dei monti del Pollino, a primavera, mungevano il gregge all’aperto ed era uso appendere il tipico secchio da mungere ai rami di un grosso albero che normalmente si trovava nei pressi dello stazzo. Il contenitore del latte era fatto di rame ma spesso anche di legno, e nelle notti di vento forte doveva essere un irresistibile riparo per il misterioso uccelletto.  La leggenda popolare narra che una volta un longevo pastore, trovando tutte le mattine la secchia per mungere il latte sporca degli escrementi del cuculo e non riuscendo in alcun modo ad allontanare il cuculo dal suo ovile,  gli mandò la maledizione che gli rimanesse la secchia attaccata al sedere. Pare che la maledizione si compì ed, infatti, ancora oggi le penne nel sottocoda del cuculo sembrano formare proprio una specie di piccolo secchiello (Antonio Iannibelli)

 

Il brigante Musolino
Si narra che, tra la fine dell’ ‘800 ed i primi anni del ‘900,  durante una gelida sera d’inverno, in una delle casette situate in piazza San Giuliano, si sentì bussare fragorosamente ad un portone. Una donna, ch’era  all’interno, si affrettò ad aprire, ma  poiché non vide nessuno, per accertarsi che davvero non ci fosse qualcuno davanti l’uscio, socchiuse  lentamente  un’ anta del grosso portone di legno, quand’ecco un piede frapporsi tra l’esterno e l’interno ed una voce d’uomo aggiungere sommessamente: “Fammi entrare”. La donna si allontanò dall’uscio, impaurita , ed andò a rifugiarsi accanto al marito ed ad un giovane figlio. Entrambi, seduti ad un angolo del focolare,videro un uomo avvolto in una cappa, con un cappellaccio che gli copriva il volto, entrare furtivo nell’umile cucina. L’uomo mormorò rivolto al povero contadino: “Fammi restare qui stanotte. Devo nascondermi”. Era un brigante, e  tutta  la famiglia lo capì subito, senza bisogno di altre parole. Insieme cenarono in silenzio,e quel poco che c’era da mangiare lo divisero con lo sconosciuto. Poi si addormentarono, ma senza prender davvero sonno e prima che sorgesse l’alba il brigante era già pronto per  lasciare quel l’improvvisato rifugio.” Grazie” – disse al contadino, guardandolo dritto negli occhi  – “ non raccontare mai a nessuno che io sono stato qui” – e, svuotando sul tavolo un bel gruzzolo di monete scintillanti, se ne andò senza voltarsi, risalendo la via Giudeca, ancora immersa nel buio.

 

Il fantasma di Isabella Morra

Erminio Truncellito, cantastorie, ogni giorno d’estate, racconta questa tragedia, tramandata nei secoli dalla tradizione popolare, e consumatasi diversi secoli fa nell’antico borgo lucano di Valsinni: "Decio, Fabio e Cesare, tre dei sette fratelli di Isabella Morra, figlia del barone Morra esule in Francia, decisero di eliminare la sorella, quando seppero che la poverina mandava regolarmente lettere al nobiluomo Diego Sandoval De Castro, signore del vicino feudo di Bollita (l’attuale Nova Siri), nonché governatore di Taranto. Sandoval, sposato e con figli, come Isabella,  componeva sonetti di ispirazione petrarchesca. Non si poteva concepire che una fanciulla, seppure colta e di alto lignaggio come la discendente normanna Isabella, intrattenesse una relazione, anche solo epistolare, con uno sconosciuto padre di famiglia, per di più spagnolo! Già. Sandoval, castigliano, avrebbe dovuto essere un nemico naturale per ognuno dei Morra, tutti filofrancesi. Erano alleati di Francesco I, i familiari di Isabella: appoggiavano quel re, in guerra anche nel Meridione contro le truppe spagnole di Carlo V. L’incauta giovane Isabella, entusiasta del suo nuovo amico e ignara della ragion di Stato, fu così massacrata dagli avidi consanguinei (che si spartirono subito la sua dote), a soli venticinque anni, nel 1545, con cento coltellate. Mai si è seppe dove ella fu sepolta e da allora il suo spirito inquieto, la cui vita era stata prematuramente e violentemente spezzata, vaga timidamente e penosamente  tra le torri e le mura del suo castello, al chiarore della luna. Molti anziani riferirono di averla vista, solitaria e tristissima, a piedi nudi, con una lunga veste bianca e lunghi capelli biondi, lungo le rive del  “torbido Siri” (o Sinni), altri sembravano scorgerla, leggera e luminosa, che dal boscoso monte Coppola, contemplava le acque dello Ionio, altri ancora, in certe limpide notti d’agosto, credevano di udirne il lamento ed il pianto carico di tormento e di angoscia".

 

La speluca di Ulisse

Se pur non sia possibile un interpretazione geografica dell'Odissea, la leggenda e il mito ci raccontano che molti e diversi furono i luoghi che raggiunse Ulisse durante le sue avventure, prima di ritornare ad Itaca, luoghi meravigliosi e misteriosi che lo portarono, in Palestina, nella Spagna, in Crimea e sicuramente nel Mediterraneo centrale, forse fino in Calabria. Secondo Omero, il suo peregrinare durò circa sessanta giorni e a guidare il suo viaggio furono chiaramente le direzioni dei venti.  Le correnti marine, le coste, le isole e gli stretti che Ulisse incontrò ci riportano inevitabilmente dalle rovine di Troia ad un itinerario che sembra toccare anche la nostra terra, e comunque l’Italia meridionale. Cosi si ricorda che, situato nel golfo di Policastro, poco distante da Maratea, si trova l' isolotto di Santo Janni. Il nome si lega senza dubbio al culto di San Giovanni  ed infatti proprio sullo sperone roccioso più alto che sovrasta lo splendido mare, c’è un’ antica cappella dedicata a San Giovanni. In epoche remotissime la piccola isola era, però,  nota a tutti  come "la speluca di Ulisse" perché secondo la tradizione popolare l'eroe omerico della celebre Odissea aveva sostato lì durante il suo lungo e straordinario viaggio per ritornare  finalmente nella sua amata patria.

 

La freschezza  d’ ’a vummula

'A vummula era un vaso di terracotta, piuttosto panciuto, con due manici o anse laterali ed un collo stretto, utilizzato  soprattutto per l’acqua , ma talvolta anche per il vino. I greci lo chiamavano βόμβος ed il latini bombus, da qui sicuramente ne deriverebbe il nome.  Il contenitore veniva ampiamente adoperato sia dai nostri antichi contadini che dalle massaie ed era particolarmente caro alle famiglie, ma, quando ancora non c’era la possibilità di mantenere l’acqua o il vino freschi, soprattutto in estate, era consuetudine ricorrere ad uno stratagemma che ancora oggi molti anziani del nostro paese ricordano. Appena ‘a vummula veniva comprata e riempita di liquido, nessuno poteva avvicinarsi, o meglio era vietato alle donne di prenderla, in quanto soltanto il capofamiglia o comunque un maschio doveva accingersi ad un primo, lungo sorso dal vaso, perché così facendo l’acqua o il vino si sarebbero mantenuti per sempre freschi, anche sotto il sole

 

Un guerriero per Castrovillari


1192. I Normanni assediano Cassano. Sotto le sue mura un’ infinità di uomini e di macchine belliche, ma i cassanesi hanno organizzato una valida resistenza: dall’alto della cinta, infatti, piovono sugli assedianti pece, olio bollente, dardi e sassi. Eppure i Normanni sono riusciti ad aprire una breccia nelle mura della città. In mezzo a loro avanzano le urla di un uomo gigantesco, armato, che incute terrore e fa strage di nemici. E’ Guglielmo che chiama a gran voce, minacciandolo di morte, il condottiero avversario, Enrico Calà, incaricato dagli Svevi come comandante dell’esercito che, accampato sul Monte di Cassano è posto a difesa di Cassano, Castrovillari, Saracena, Morano. Il giovane ed impavido guerriero svevo, nonostante sia ferito per una precedente battaglia, decide di affrontare il nemico normanno ed indossata un’armatura leggera, si ritrova rapidamente nella mischia cruenta. Enrico, il più grande condottiero che la storia di Castrovillari ricorda, uccide, con coraggio, il tracotante gigante Guglielmo, costringendo alla resa i nemici normanni. Per la grande vittoria riportata l’eroe riceve l’investitura dei feudi di Cassano e Castrovillari, ma poco dopo, sotto il regno di Federico II, allorchè alcune città della costa ionica insorgono contro gli Svevi, Enrico è chiamato ad intervenire proprio contro quelle popolazioni che prima aveva strenuamente difeso. Riluttante ed amareggiato parte per la Sicilia, abbandonando le nostre terre a nuovi invasori, i quali prenderanno tutte le città e le daranno alle fiamme. E’ la fine anche per Castrovillari
(A.Raimondi)

 

La mitica  Aprustum

Molti storici antichi, tra cui il Barrio, l’Aceti, il Marafioti, il Fiore, il Casalnuovo e il De Rubeis erano convinti che Castrovillari fosse in realtà l’antica Aprustum, città fondata dagli Ausoni od Enotri e ricordata da Plinio come città brettia. Di Aprustum parlarono, ancor prima degli autori citati, due cronisti locali, Sir Pirro Casalnuovo e il diacono Lelio Laventura, allorchè  in un loro manoscritto del XIV secolo affermavano che  in Castrovillari sia da identificare la mitica Aprustum,  “luogo delizioso e di cacce”, fondata addirittura dal biblico Noè, il quale venne ad abitare in questi luoghi con il nome di Henos e diede origine proprio al popolo degli Enotri.

 

La leggenda della Gioconda

Tra il 1400 ed il 1500, una piccola e oscura cittadina lucana, Lagonegro, situata lungo l'antica via romana  Popilia - Annia, era un punto di passaggio obbligato e strategico per quanti giungevano da nord a sud della penisola italiana  e viceversa. La leggenda e la tradizione popolare narrano che proprio a Lagonegro, intorno al 1506, si fermò, durante un viaggio d'affari nel Sud, un ricco mercante di pelli, fiorentino, messer Francesco Zanobi del Giocondo, accompagnato dalla sua bella e giovane moglie, Lisa Gherardini e da un amico artista e pittore, che folgorato dal lo straordinario, misterioso paesaggio della tortuosa valle del Noce che divide la Calabria dalla Basilicata, lo dipinse  superbamente come sfondo di un ritratto che fece alla donna. All’improvviso, però, la giovane venne colta da  uno strano malore e una febbre malarica la condusse alla morte rapidamente.  Come prevedeva il suo censo di moglie di un ricco mercante, la donna venne sepolta nella chiesa romanica di San Nicola, dalla parte alta dell’abitato antico, nota ancora oggi come “chiesa della Gioconda”. Quell’artista era Leonardo da Vinci.

 

“ ‘U monicu e la monica”

Gli antichi contadini castrovillaresi raccontano questa leggenda straordinaria, assicurandoci di averla vissuta personalmente, una leggenda  che noi consideriamo un vero e proprio ammonimento, una sorta di avvertimento per chiunque intenda avventurarsi in passeggiate agresti. Pare che durante il mese di aprile-maggio, quando i rettili si risvegliano dal letargo, sia abbastanza facile incontrarli nelle nostre lussureggianti e rigogliose campagne. Alcuni sono neri, altri verdi, altri “pezzati”, alcuni strisciano da soli, altri in coppia, altri,ancora, dicono gli agricoltori, si vedono come intrecciati tra loro, attorcigliati assieme, come se si accoppiassero. Imbattersi in quest’ultimi è pericolosissimo e mai si deve pronunciare la terribile frase  “u monicu e la monica”, perché  gli animali subito si drizzano contro e cominciano a correre in direzione del malcapitato, alzandosi nettamente da terra e non strisciando come fanno al solito. Spesso molti uomini hanno riso a questa stranissima storia, ma molti altri, presi dalla curiosità morbosa, hanno voluto sperimentare e sembra proprio che appena viene pronunciata, anche sottovoce “u monicu e la monica”, i rettili si liberino dal loro “avvinghio” amoroso e contemporaneamente, saltando agilmente, tentino di raggiungere chiunque hanno di fronte per attaccarlo, probabilmente e morderlo inesorabilmente. Provare per credere…….( tradizione orale Biagio Ferrante)


La misteriosa Camere
Il  grande poeta latino Ovidio, nei suoi “Fasti” , raccontava che Anna, sorella di Didone, andando in cerca di Enea, venne colta da una tempesta che la gettò proprio all’imboccatura del fiume Crati, in una contrada chiamata “Cameron”, dove alcuni studiosi vogliono sia esistita una piccola città chiamata appunto Camere o Camerelle. Pare che la città venne distrutta e che i suoi abitanti si rifugiarono a Sibari. In realtà non alla foce del Crati, bensì lungo la sponda destra del fiume Coscile, sulle colline che si levano ad occidente, tutta la vasta contrada è nota per la vsta pianura di  Camerata e proprio qui, sulla sinistra del fiume  Coscile, si trovano ancora oggi i resti evidenti delle mura imponenti e bellissime dell’antica villa romana di Camerelle.

 




‘A “petra signata”
Nella zona che vede la strada del Vallone di Sant’Aniceto, volgarmente chiamato “Santu Nucitu”, proprio dove vi è una sorgente d’acqua che scorre nel vallone e dove due stradine secondarie si congiungono, pare vi fosse l’antica e ricchissima abbazia di Sant’Aniceto, oggi completamente distrutta. La leggenda racconta che proprio nel punto in cui si univano le due strade, si vedeva un masso roccioso “segnato” addirittura dall’impronta del piede del Demonio, sotto il quale era custodito un immenso tesoro nascosto qui da dagli abitanti che in tempi antichissimi avevano invocato il Demonio per guardarlo e proteggerlo. Pare che nei pressi di questo luogo alcuni uomini avessero tentato di trovarlo, ma fossero stati spaventati da “segni” malvagi ed “ombre” spaventose, visibili fino ad epoche molto recenti. (Ines Ferrante)



La misteriosa Alona
Percorrendo verso sud il vallone di Sant’Aniceto o “Santu Nucitu”, e giungendo in quella che viene conosciuta come Valle d’Alona, si narra che questa Alona fosse una ricchissima signora francese, giunta qui ai tempi dell’imperatore Carlo Magno. Pare che la donna fosse vedova ed avesse due figlioli e che proprio in questo posto avesse fatto costruire un castello bello e grandissimo, con grandi terreni circostanti coltivati a grano, orzo ed ogni sorta di cereali. La tradizione racconta che la nobildonna avesse alle sue dipendenze la famiglia Abate di Castrovillari, la quale ebbe a “censo perpetuo” tutti i terreni circostanti per farne “bellissimi giardini” di alberi da frutto, di sorgenti fresche e cristalline e di variopinti ed armoniosi uccelli, insomma un vero e proprio paradiso terrestre, uno dei posti più belli della nostra città, troppo soave e piacevole per poterlo ritenere “reale”. (Ines Ferrante)  


Il lupo Brigante
Anche il popolo castrovillarese e dei paesi limitrofi, nella sua più fervida immaginazione, assimilava i briganti a branchi di lupi, che, agili e veloci, imperversavano nella fitta macchia montana tra praterie vergini ed erte aspre. La loro nascita si faceva risalire alla notte più buia dei tempi, ai primordi d’un famiglia di pastori selvatici e non certo docili, ma non per questo rozzi e bruti. Briganti sognatori senza macchia, carismatici capipopolo da generazioni erano ormai considerati dei masnadieri malati d’utopia. Come  fratelli e amici, scorazzavano tra venature e dirupi inaccessibili, appostando le predi. A gruppi si spostavano come lupi e da lupi impavidi si atteggiavano nei confronti delle leggi e verso gli uomini qualunque. Tra tanti la memoria popolare ricorda il brigante Pasquale che, al pari del suo doppio, il lupo-brigante, aveva accumulato favolosi bottini nascosti in caverne profonde ove nessuno mai aveva posto piede. Finché un giorno un legnaiolo, Ottavio,  di un borgo montano, per caso  sentì le urla di una vergine frammiste a bestemmie e gemiti e da lontano il lampeggiar di pugnali. Il povero uomo s’inoltrò tra valli profonde e districatosi tra la sterpaglia corse subito a denunciare il covo fino a quel momento mai visto del lupo-brigante. Le voci paesane sparsero la notizia dell’arresto non del lupo- brigante Pasquale, ma del giovane figlio Simone, mentre il legnaiolo giurò che mai più avrebbe risalito il ripido monte silano. Anni passarono e l’inesperto brigante Simone perì in carcere, ma l’eco del clamoroso arresto del ribelle non si spense. Intanto pareva sopito lo spirito dannato e il covo degli uomini-lupo fino a quando a risalire in montagna fu Beppe, proprioil figlio del legnaiolo Ottavio. I briganti, fratelli del sangue tradito, avevano ancor vivo il ricordo delle urla di Simone arrestato. Rapirono Beppe e a colpi di scure seviziarono il figlio del traditore. Quest’ultimo invocò: “In nome del cielo lasciatemi andare!!! Vi scongiuro, vi imploro in nome della Madonna del Carmine”. Allora l’ormai vecchio lupo-brigante Pasquale udendo ciò fermò le sue mani, perché per quanti misfatti avesse compiuto, sempre ardua e accesa la credenza verso Santi e Madonne aveva nel cuore. Intenzionato a eseguire la grazia, tra lo stupore dei vicini compagni, posò l’ascia, ma Beppe spirò, troppo tardi era giunta la sua richiesta di pietà. La vendetta aveva prevalso sul cuore intenerito del lupo-brigante.(Guida Carmelina)


Il paese “i cichimi n’ucchiu”
Un giorno il Signore Iddio decise di scendere sulla terra per elargire agli uomini ogni bene ed ogni felicità. Girando per paesi e città sotto le sembianze di un vecchio viandante, raggiunse la cittadina di Castrovillari che gli sembrò bella, soleggiata, rigogliosa e immersa nel verde. Fermatosi qui, bussò ad una porta e si trovò di fronte un contadino castrovillarese. Il Signore gli disse: “Ho fame e sete, fammi entrare, per favore”. Il contadino lo accolse calorosamente e gli offri un buon bicchier di vino ed un tozzo di pane fresco e companatico. Il Signore gradì molto quel gesto ospitale e disse all’uomo: “Voglio donarti tutto ciò che desideri, case, terreni, ricchezze, denari e ogni bene,  ma sappi che ogni cosa che tu avrai da me, il tuo vicino ne avrà il doppio. Chiedimi dunque ciò che vuoi! Il contadino, inizialmente perplesso, sembrò esitare, riflettere, per un breve, brevissimo  istante, ma poi tutto allegro e risoluto, si rivolse al  porse al Signore porgendogli una guancia  e rispose rapidamente: “Signò, cichimi n’ucchiu!!”……….Iddio andò via nel più totale sconforto!!!! (Ines Ferrante)

 

La "leggenda nera" di Colobraro

Colobraro è un paesino veramente caratteristico, immerso nella lussureggiante Lucania, poco distante dall’ormai famoso Valsinni, ma pare che nessuno possa “nominarlo”. Si, proprio così, perché, a detta della tradizione popolare ciò “porta  sfiga”. In verità tutto cominciò agli inizi del ‘900, quando a Colobraro viveva un grande avvocato, il migliore della Lucania, “con una testa grossa così”, che, vincendo tutte le cause, era molto invidiato,  soprattutto a Matera. Un giorno, mentre discuteva animatamente con alcuni colleghi, che evidentemente non sopportavano la sua bravura, cadde a terra un grosso lampadario. Tutti pensarono: “Ecco questo porta iella, adesso abbiamo capito perché vince tutte le cause!” E la nomèa dilagò in un batter d'occhio, tanto che egli divenne  ingiustamente  “ l'Innominabile”.  La nomèa si riflesse anche sul suo piccolo paesino, così, ogni volta che qualcuno passava davanti a Colobraro, subito pensava: “Questo è il paese dell'Innominabile”. Nel volgere di pochi anni l'intera Colobraro divenne essa stessa “innominabile”, e così si diffuse la leggenda del paese della iella. Il paese, bellissimo e suggestivo, venne rovinato da questa leggenda che portò tristezza e solitudine tra gli abitanti i quali finirono per emigrare definitivamente. (A. Di Consoli)

 

‘A spiga russa
L’avete mai vista una pannocchia rossa? No, non gialla, una tutta rossa, in mezzo a tutte le altre del colore dell’oro?Una pannocchia originale, molto, molto desiderata….. Molti anziani contadini castrovillaresi ricordano ancora, con nostalgia e sentimento che quando era giunto il tempo dovuto ed il mais era già bello maturo, sul far dell’alba, i gualani  si davano un gran da fare, con donne, giovani e bambini, per raccogliere le pannocchie che, all’imbrunire, venivano sistemate sotto un grande albero. Così, a sera, mentre gli uomini accendevano il fuoco, si preparava la cena, una cena frugale, saporitissima, accompagnata dall’ immancabile vino rosso, dolcissimo. Al termine della cena, incominciava la spannocchiatura, cantando canzoni d’amuri e di gelusia, raccontando antiche, allegre parmidije. Ciò allontanava la stanchezza e il sonno  ed aiutava il sopraggiungere   della notte  a tingersi di magia, perché tutti aspettano,smaniosi, di trovare  a spiga russa, una pannocchia  particolare, grossa e bella, dal caratteristico colore rossiccio. In realtà, secondo una consuetudine popolare, colui o colei che l’avesse avuta tra le mani, avrebbe potuto, anzi dovuto, baciare e stringere tra le braccia chi preferiva di più tra i presenti. Scherzo, vergogne, rifiuti, sdegno e passione portava quella spiga russa , sgusciata fuori all’improvviso, spogliata del suo involucro misterioso, in un’atmosfera fantastica e sfuggente….  



Il coraggio della donna Saracena
Tra sale dorate e preziosi addobbi, viveva il re nel castello di Saracena. Indisturbato  soleva divertirsi commettendo dispotiche azioni sulla povera e indifesa gente del feudo. Affacciandosi alla sua reggia, tra balconi e arcate dorate, mirava con cura il suo bersaglio e una volta presa la mira:”Pha colpita…”. Non un uccello in volo né una lepre impaurita, bensì il barilotto portato dalle giovani donne in testa, le quali solevano recarsi con diligenza a fare provvista dell’acqua alla vicina fonte del castello. Ma nulla si poteva a queste ignobili azioni, se non ritornare, con il barile vuoto e rotto nelle proprie dimore. Di certo, non solo a ciò si frenava la fantasia del re arrogante, poiché ad ogni fanciulla, pronta a fare il passo più importante della propria vita, ovvero quello di unirsi a felici nozze il re costringeva a giacere, la notte prima dell’evento, nelle sue stanze, per godere indisturbato delle vergini carni. Sempre la fortuna in questo affronto lo appoggiò, finché una impavida e giovane ragazza di nome Sara, ormai prossima alle nozze, con estrema convinzione e audacia, decise di sfruttare la simile occasione, di stare coricata nelle stanze reali, per donare al presuntuoso sovrano una lezione che mai più avrebbe dimenticato. Giunta la notte, Sara, risalì frettolosamente le scale del maniero, e accedendo nella sontuosa stanza del re, con affanno, disse:   “Prima di concedermi a vostra maestà, voglio calarmi tra le dolci braccia di Morfeo, perché dura è stata la giornata nei campi e, cocente,  il sole ha picchiato sul mio capo”.  “Acconsento mia cara fanciulla…” e ancora prima di farlo lei, fu il re a chiudere le palpebre, calandosi nel soave sonno. Quale occasione migliore, al terzo grido stridulo della notturna civetta, la giovane donna sfilò dalla sua ampia veste la lunga e lucente lama di un coltello e senza titubare sgozzò il monarca ormai colto nel sonno eterno. La giovane donna orgogliosa  di aver liberato il popolo dalle grinfie dell’oltraggioso sovrano,  attraversò le ripide viuzze della città, brandendo tra le mani i lunghi capelli  che avvolgevano il capo del prepotente re, mentre la gente tutta l’acclamava: “Evviva  Sara… Viva la nostra eroina Sara…!!!”. Da allora nessun regale abitò il tetro castello e Sara, coraggiosa e impavida,  divenne per eccellenza, simbolo della compiuta giustizia. A glorificarla in eterno resta il dipinto che troneggia sulla navata della chiesa maggiore di San Leone in Saracena. (Guida Carmelina)


Donna Marsiglia  

Si narra che i ruderi rimasti in piedi sul Monte Sassòne, appartenevano ad una remota città che lo storico Tito Livio chiamava Sypheum, detta volgarmente Sapone o Saponia, sorta sulle rovine di Sibari. Tra le gentildonne di questa città, vi era la bellissima Donna Marsiglia, la quale rimasta vedova di un comandante militare, fu chiesta in moglie da un altro comandante. Fedele alla memoria del marito, non volle più saperne di altre nozze, affermando che avrebbe preferito donare l’anima al diavolo piuttosto che risposarsi.  Da allora non si seppe più nulla della donna e solo dopo molti anni, quando ormai della vecchia città non vi era più traccia, Donna Marsiglia riapparve in veste di maga, padrona di uno sconfinato palazzo e custode, insieme ai suoi figli, di immensi tesori. Suo principale diletto era attirare, con stregati artifici,  gli uomini per poi divorarli. Si dice infatti che il primo uomo ad essere attratto dalla bellissima donna fu un certo Iannitello di San Basile. Il contadino aveva una scrofa, la quale ogni mattina usciva di casa, e non ritornava che alla sera, ma sazia e ben pasciuta, in modo da non mettere più il grugno nel cibo del padrone. Un giorno deciso più che mai a scoprire dove l’animale andasse, il pastore lo seguì fino al Monte Sapone e lo vide entrare in una grotta, dal quale poco dopo sbucò la scrofa con il grugno sporco di pappone. Subito l’uomo provò ad entrare nella cavità, ma avendo dopo un breve tratto al buio si impaurì e scappò. Nei giorni avvenire Iannitello, provvisto di lanterna volle spronarsi oltre l’uscio della caverna, ma tizzoni scaraventati da  invisibili mani spensero il suo lume. Lo stesso accadde quando ritornò con delle candele, un forte vento lo fece rimanere al buio. Un quarto giorno incurante dello stridore di catene, del suono di campane e del vociare di gente, l’uomo si inoltrò fino in fondo e in mezzo a un’alta siepe di spine, vide un magnifico portone che svelò dinanzi i suoi occhi le meraviglie del palazzo. Non solo, dinanzi l’uscio vi era una bellissima donna, vestita con sfarzosi abiti ma con i piedi da somaro, che avendo smesso di tessere su un telaio d’oro, porgeva da mangiare alla scrofa in un vassoio sontuosissimo. Scorse attraverso le porte delle vicine stanze tre mucchi enormi di monete di rame, argento e oro. La signora gli disse: - Oh come sei qui?
-    La scrofa di corsa ogni mattina si leva e alla sera non vuole il mio cibo.
-     Sappi che giunge qui da me e le do io da mangiare.
-    Vorreste forse farla ingrassare per conto vostro?
-     No!per conto tuo. Me ne darai un assaggio?
-    Due. - rispose Iannitello – Ma voi chi siete?
-     Mi chiamo Donna Marsiglia; sono padrona di questo palazzo e custodisco immensi tesori. Poi soggiunse:- ne vuoi cocci?-.
Iannitello, senza ben capire disse si, ed ella :- Prendine allora di queste monete, quante puoi abbracciarne in una sola volta e portale a casa tua.
Il  povero uomo si tolse il mantello, e,  spiegatelo per terra, si gettò sui tre mucchi,  e depose sul mantello una bracciata di monete d’oro, una di argento e una di rame. - La tua mano!- disse Donna Marsiglia, ma l’uomo porse un osso, e la maga lo divorò. Poi aggiunse al meravigliato pastore: “ se altro denaro desideri,  ritorna pure a patto che mi consegni delle anime. Ora vattene in pace; ma bada a non voltarti, se sentirai dei rumori, sono i miei figli che gelosi dei tesori che porti via, tenteranno di farteli lasciare”. L’allevatore col suo fardello si incamminò tra  fragori di catene,  un treppiede lo colpì sul capo e gli rimase a mò di corona; le ghette da un catenaccio da fuoco gli furono gettate ai piedi. Si chinò a prenderle e borbottò: “Ci appenderò il paiolo”. Giunto a casa Iannitello e riposto il denaro,  pur di mantenere la promessa di ritornare alla grotta, pensò ad uno stratagemma e fasciato un gatto lo portò alla maga, che creduto fosse un bambino lo fece posare sul letto. Così all’uomo donò altri tesori. I diavoli accortosi della burla nei confronti della madre spaventarono il contadino peggio di prima, ma incurante di ciò riuscì a ritornare sano e salvo a casa.  L’eco della ricchezza improvvisa di Iannitello, condusse un amico suo presso la maga ma al ritorno col fardello del denaro in spalla, non resistette alla curiosità di girarsi ai rumori e i figli della Maga in un batter d’occhio lo fecero trovare a Celimarro  a mani vuote. Un giorno un altro pastorello vide sul monte Sassone uscire una donna, era Donna Marsiglia che lo condusse nel suo antro e riempì di monete lo zaino del ragazzo il quale corse immediatamente a casa abbandonando le pecore, saltando e giocando con i denari ricevuti in regalo.  La  leggenda popolare assunse i connotati di verità quando  vennero ritrovate ossa umane entro una cavità che si apre in uno dei punti più alti della collina. La suggestiva grotta, dall’ampio ingresso che va progressivamente restringendosi entro lo spazio di pochi metri, è stata oggetto di indagini archeologiche nel 1962 ad opera del prof. Santo Tinè ed i reperti da lui recuperati e descritti, ora si trovano esposti nel museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. (Guida Carmelina)  

 

Il Beato Pietro
Il frate francescano, Pietro Cathin, discepolo del santo d’Assisi e fondatore del Protoconvento Francescano di Castrovillari, venne torturato ed ucciso dai sicari di un certo Parrasio, ebreo di Castrovillari, intollerante ai continui tentativi di conversione che il frate perpetrava nella Giudecca e con la stessa moglie del Parrasio. Il crudele ebreo, pare avesse ordinato ai suoi servi di gettare il cadavere del fraticello in fondo ad una palude disseminata di canneti, dove si trovava un anfratto, in cui venne  appunto occultato il corpo esanime del Cathin.  La leggenda racconta che per quarant’anni nessuno riuscì a trovarlo, ma,  per tutto quel tempo, spesso, di sera e durante la notte, da quel luogo impervio, isolato e sperduto,  si effondeva un misterioso bagliore. Molti fuochi vennero visti da ciechi in città che miracolosamente ripresero a vedere, da sordomuti che ripresero a parlare e da storpi che incominciarono a camminare. A causa di quelle inspiegabili guarigioni, vennero inviati tre curati sul  posto  da dove provenivano quei fuochi  e lì trovarono dunque  il corpo del frate: era incorrotto ed posizione estatica. Siccome i curati appartenevano rispettivamente alla chiesa di San Giuliano, a quella della Madonna del Castello e a quella di San Pietro La Cattolica, ognuno di loro voleva custodire il corpo ritrovato nella propria chiesa, così incominciarono a litigare, tanto che venne deciso che si sarebbe  posto il beato Pietro su un carro portato da buoi selvatici e che dove gli animali si sarebbero fermati là lo avrebbero seppellito.  Prodigiosamente i buoi si avviarono docili e  lenti verso la città di Castrovillari, quindi verso il convento e giunti nel cortile, entrarono nella chiesa e soltanto  lì si fermarono e si inginocchiarono. Si gridò al miracolo e si decise di costruire dunque una bellissima cappella in cui deporre il corpo del Beato Pietro.(Ines Ferrante)       


L’Acqua del Tufo.
Santa Maria del Tufo o “du tufulu” era una piccola chiesetta situata lungo le rive del Fiumicello, un affluente del fiume Coscile, ad est della città di Castrovillari. Alla chiesetta vi si accedeva per una rozza scaletta e solo una finestrella ne illuminava l’interno completamente affrescato. Sotto la chiesa doveva esservi una fontana d’acqua fresca e leggera, che a detta di molti storici si riteneva  “salutifera” non solo agli uomini sani ma ancor più ai malati. Dove nasce quest’acqua vi è un luogo di pietra tufacea rivestito di quell’erba chiamata “capillovenere”.Molti in tempi più antichi poterono sperimentare le proprietà dell’acqua, tra questi l’Abate Fulvio Parnasio, il quale per otto giorni si mantenne vivo soltanto bevendo quest’acqua, e il Vescovo di Cassano, Gregorio Carafa, che per tutto il tempo che mantenne la Diocesi, volle bere solo l’acqua di questa sorgente, ma soprattutto Donna Carlotta Savelli, principessa di Cariati. Si narra che la nobildonna risiedeva a Napoli e che le sue condizioni di salute erano disperate, senonché  ella si ricordò di questa fonte ed inviò un suo servitore  a Castrovillari per prendere un pò di quest’acqua. Pare che  appena la donna la bevve guarì completamente tra lo stupore e l’incredulità di tutti i medici dell’epoca!Oggi la chiesetta è completamente distrutta e rovi e sterpaglie impediscono l’accesso anche alla straordinaria sorgiva. (Ines Ferrante)



Don Paolo Tolone
Don Paolo Tolone era un ricco possidente castrovillarese del medioevo, il quale non avendo eredi, prima di morire, seppellì tutte le sue ricchezze in un luogo segreto. Per anni ed anni, attraverso pene, sacrifici e dolori, tutti  i castrovillaresi che avevano tentato di impossessarsi di questo tesoro, non vi erano riusciti. Finalmente un giorno, un gruppo di uomini, sotto la guida di un astuto monaco paolotto, fece ricorso alle cosiddette “magarie” cioè ad una serie di particolari riti magici: riunitisi in un luogo stabilito, gli uomini si misero in cerchio e, tutti ginocchioni, con le mani giunte, cominciarono a pregare i santi affinché venissero loro in aiuto, mentre il monaco, con il sangue di una capra uccisa, faceca cerchi per terra e così invocava lo spirito di Don Paolo: “Jssi don Pavulu, fora d’ a fossa! Ca nui qua ti vulimu pi sapìni add’ha misu quidd’oru e quidd’argintu chi ‘mmita a’ maniatu cu li pidi e jerisi  sup’a terra nu purtintu. Ricugghji e bisti i carna li tui ossa, jissi don Pavulu, fora d’a fossa”. La traduzione è press’a poco questa: ” Esci don Paolo fuori dalla tua tomba, perché noi qua vogliamo sapere dove hai nascosto quell’oro e quell’argento che hai avuto in grande quantità nella tua vita sì da renderti ricchissimo. Raccogli e vesti di carne le tue ossa ed esci dalla tua tomba”.  Tra l’agitazione, l’angosciosa attesa ed un fremito di speranza di quegl’uomini, ecco che apparve l’ombra del  nobile defunto: “ E ‘nfra quiddi cumpàri ‘na crozza, chi da murtu parì na catarozza…” Efficacissima, anche se molto macabra, fu quella magarìa, tanto che….. pare Don Paolo abbia rivelato al temerario gruppo tutto il suo inestimabile e segretissimo tesoro!! (liberamente tratto da Aldo Schettini)   

 

La cerva, la grotta e la Madonna.
Un giorno alcuni cacciatori, provenienti dalla città di Rossano si trovavano sul monte Sellaro ad  inseguire una cerva, ma l’animale era così veloce che essi faticavano a catturarlo. Finalmente riuscirono a circondarlo e si apprestarono  ad ucciderlo, ma invano, poiché la povera bestiola scomparve all’interno di una grotta situata lì vicino. I cacciatori erano convinti che ormai la cerva fosse in trappola, quindi si avvicinarono cautamente all’ingresso della grotta, ma una volta entrati rimasero sbalorditi, quando invece della cerva videro una Madonna in preghiera. I cacciatori, estasiati da quella visione, s’inginocchiarono tutt’insieme ed incominciarono anch’essi a pregare. Dopo un po’ la Madonna scomparve e al suo posto rimasero delle tavolette di legno ove erano dipinti da un lato la Madonna e dall’altro San Giovanni. Subito i cacciatori, prese le tavolette raggiunsero Rossano e le consegnarono al vescovo che prontamente le conservò nella chiesa madre. L’indomani, stranamente le tavolette non c’erano più e soltanto dopo innumerevoli ricerche vennero ritrovate nello stesso posto dove erano state scoperte inizialmente. Riportate nuovamente al vescovo di Rossano le misteriose icone per ben tre volte sparirono e per altrettante tre volte vennero ritrovate nel luogo originario, così  il vescovo capi che esse dovevano rimanere presso la grotta, sul monte Sellaro ed ordinò che qui fosse edificata una cappella. Iniziata la costruzione, un giorno il capomastro chiese ad un suo manovale di passargli una pietra da sistemare in un punto dell’edificio. Il giovane gliene passò una, ma il capomastro la gettò via poiché non gli sembrava adatta e ordinò al giovane di passargliene un’altra, ma il maldestro manovale, senza accorgersene, riprese quella di prima e il capomastro, indignato, la rigettò ancora una volta, poi, nel tentativo di disfarsene, la colpì con un grosso martello. La pietra si spaccò in due e all’interno, sulle rispettive facciate, vi erano raffigurati San Giovanni e la Madonna. Ancora oggi, tutt’attorno a quel sacro antro, si trova uno  meraviglioso santuario,a Cerchiara di Calabria, dedicato appunto alla Madonna delle Armi, cioè  alla Madonna “della grotta”.
Antonio Larocca


L’Abisso del Bifurto
Il valico del Bifurto, fino a poco tempo fa, era attraversato da numerosi viandanti e pastori che dai monti del Pollino raggiungevano la pianura.  Costoro affrontavano un percorso terrificante, perché si racconta che, durante la notte, si sentivano gemiti spaventosi, sibili paurosi, grida improvvise e misteriosi palpeggiamenti. In realtà pochi erano coloro che, coraggiosamente, si fermavano presso il valico durante la notte, perché tutti sapevano che lì si nascondeva un essere cattivo, ‘u marranghìcchio, che si divertiva a terrorizzare la gente che attraversava quel luogo. Sembra che qualche uomo temerario ed intrepido abbia addirittura tentato di catturarlo, inseguendolo fin sull’orlo dell’abisso del Bifurto, ma che giunto lì sia stato costretto a fermarsi, tanto era profondo, buio ed orrido, mentre dal basso, ingigantite dall’eco, ‘u marranghìcchio faceva rimbombare le sue risate mostruose.


Il tesoro di “Antonio Franco” e “Bernardino”

Nel primo decennio successivo all’unificazione dell’Italia, nelle  nostre province meridionali imperversavano i famosi briganti. Si narra che durante le loro numerose scorrerie essi avessero accumulato inestimabili tesori, spesso nascosti sui monti del Pollino, al confine calabro-lucano, in attesa di essere recuperati. In realtà la maggior parte di questi mitici tesori non vennero mai recuperati dai loro proprietari né vennero mai più trovati,  neanche in epoche recenti da quanti li cercarono e questo per vari motivi, tra cui anche per il fatto che i nascondigli erano “maledetti”.  A tal proposito si narra che due famosi capi briganti, Antonio Franco e Bernardino, realmente esistiti, nascosero nelle grotte di San Giovanni, presso i monti di Francavilla Marittima, un grande tesoro, e che per non farlo rubare da nessuno, vi fecero il cosiddetto “ligatu”, cioè una sorta di maleficio. Infatti, chiunque volesse impossessarsene doveva farsi venire in sogno, durante la santa notte di Natale il luogo preciso dove era stato sepolto.

Un tesoro e tre carlini
Al tempo dei briganti, uno di essi nascose un grande tesoro in qualche grotta sul monte Sellaro, aspettando di recuperarlo in tempi migliori. Purtroppo il brigante venne catturato e trascorsi molti anni in carcere, ormai vecchio, confidò ad un giovane brigante, suo compagno di cella, ma prossimo ad essere scarcerato, il luogo preciso dove aveva seppellito la sua fortuna. Il giovane, appena libero, si recò sul luogo indicatogli, ma, per meglio individuarlo, si fece aiutare da un pastore locale. I due incominciarono a scavare e subito scoprirono un pentolone stracolmo di oro, argento e gioielli. Per festeggiare il pastore ed il brigante mangiarono e bevvero per tutta la notte, dividendosi equamente il bottino. Il brigante, poi, regalò anche alla moglie del pastore una stupenda collana. L’indomani, però appena il pastore si allontanò con il suo gregge, il giovane brigante tentò di violentarne la moglie, la quale riuscì a sfuggirgli e ad avvertire il marito. Questi, furioso,  inseguì il brigante e lo uccise, ma fu a sua volta arrestato per l’omicidio e potè uscire dalla galera pagando tre carlini. Giunto a casa, si rivolse alla moglie e le disse: “pensa, la vita di un uomo non vale più di tre carlini”…  


Il mito di Epeios fuggito da Troia

Secondo il mito, dopo la distruzione di Troia Epeios fondò Lagaria, sulla costa ionica a nord di Thurii, offrendo ad Atena, come dono votivo, gli utensili con i quali aveva costruito quel cavallo di legno che aveva consentito l’espugnazione della città di Troia. Lo scalpello e le asce  trovate nella tomba centrale del Cerchio Reale alla necropoli di Macchiabate (Francavilla Marittima), che sicuramente appartenevano al corredo funerario della “sepoltura speciale” di un uomo dell’aristocrazia enotria, e la presenza di un antico santuario dedicato alla dea Atena,  richiamano questa bellissima leggenda, collegando i resti archeologici di Timpone della Motta (Francavilla Marittima) con la mitica Lagaria. Molti storici antichi ci raccontano questa storia che sembra avere dell’incredibile: Strabone parla di Lagaria, città fortificata, fondata da Epeios, terra del vino lagaritico, dolce, soave e molto apprezzato in medicina; il poeta siceliota  Stesicoro, dice “nel santuario di Apollo a Karthain si trova trascritto il mito del ciclo troiano in cui si racconta che Epeios portava acqua per gli Atridi. La figlia di Zeus fu mossa a compassione per lui, perché veniva sempre obbligato a portare l’acqua per questi re”. Epeios dunque non era un guerriero, ma era l’idroforo di Agamennone e Menelao, un ruolo servile, eppure egli era anche quell’ artigiano,  piuttosto rozzo, ma molto abile, intelligente ed esperto che, più tardi, avrebbe costruito il cavallo di Troia. Licofrone  ci tramanda invece che fu proprio Cassandra, la profetessa troiana, a preannunciare che Epeios avrebbe fondato Lagaria e avrebbe lasciato come dono votivo i suoi utensili in un santuario di Atena sulla costa ionica. I poemi omerici ci  descrivono Epeios di statura gigantesca, un po’ maldestro, che non aveva mai disdegnato di fare il portatore d’acqua per gli eroi achei che combattevano nella guerra di Troia, e che,  con i suoi servizi si era guadagnato il favore di Atena. Nell’Odissea Epeios è il costruttore del cavallo di Troia e nell’Iliade l’eroe,  descritto come un gigante bizzarro, vince nel pugilato durante i giochi funebri in onore di Patroclo, suscitando in quell’occasione tra gli spettatori  un’incredibile ilarità che li induce a ridere a crepapelle quando lo vedono lanciare il disco. Sembra  che Epeios abbia, nell’epos greco alcuni tratti in comune con Efesto, il dio che sapeva fabbricare di tutto, sicuramente non  bello, né socievole.

L’acqua piangente

Nell’ampia e bellissima valle dell’Alona, tra fusti di pioppi, sentierini che s’intrecciano e fittissimi cespugli,  da un lungo costone di tufo, scaturiscono le acque di una sorgente comunemente  chiamata  ” l’acqua piangente”,  poiché un velario di fili liquidi, come grosse lacrime di platino e di mercurio, sgorgano da una roccia corrosa, come da una coppa di cristallo giallo opaco,  mentre il suono dolce ed accorato di quelle gocce misteriose bagna una fluente chioma verde di capelvenere qua e là aggrappata. Vicino si trovava un vecchio mulino dove si recavano le massaie per macinare il grano, per attingere l’acqua salubre e purissima e per raccogliere le violette che crescevano profumatissime ed abbondanti in questo luogo. Si narra che  i giovanotti che attraversavano quel luogo una sola violetta dovessero appuntarsi all’occhiello ed, esprimendo un desiderio e pensando alla fanciulla amata, mormorare: “il mio fiore all’occhiello sei tu”. Alcuni narrano di un tempo remotissimo e del pianto di vergini pastorelle per la distruzione del loro gregge, altri delle lacrime segrete di una “pastora” regina, ma per altri, ancora quelle gocce che si aprono dalle ferite profonde del tufo non sono altro che i frantumi dispersi di astri caduti.

 

 

 

Il ponte del Diavolo

Bellissima ed inquietante è la parete di roccia della Timpa del Demonio, nel territorio della vicina cittadina arberëshe di Civita che vede protagonista uno dei luoghi più suggestivi e sinistri del nostro circondario, il “ponte del Diavolo”. La leggenda narra che struttura, antichissima, sia stata innalzata dal Diavolo in persona, durante un unica, intera nottata, flagellata da un fortissimo temporale,  su richiesta addirittura di un contadino,il quale doveva servirsene per poter passare agevolmente sul fiume Raganello.  Pare che il Diavolo, come ben si può immaginare, abbia voluto in cambio l’ anima del primo essere vivente che lo avesse attraversato.  Cosi fu  e all’alba, appena costruito il ponte,  il  diavolo si nascose poco distante in attesa del primo viandante che si apprestava a percorrere la demoniaca struttura,  quando ecco apparire davanti ai suoi occhi di brace una piccola capretta tutta intenta ad “inaugurare” il ponte. Ritrovandosi  un animale e sentendosi, dunque beffato, il diavolo andò su tutte le furie e maledì la sua stessa costruzione, meditando di farla crollare con la stessa rapidità con cui l’aveva edificata, ma proprio nei pressi del ponte si accorse che vi erano tutti gli abitanti del paese, i quali stavano portando in processione la statua di Sant’Antonio. Non potendo ormai fare più nulla, il Diavolo comprese di essere stato ingannato e sconfitto, e così si lanciò nelle acque impetuose del fiume per nascondersi nelle viscere della terra. Proprio per questo i contadini di Civita, per secoli, ogni volta che attraversavano il ponte,  erano soliti farsi il segno della croce.  Eppure il Diavolo, vendicativo com’è, non aveva dimenticato quell’affronto umano e dopo qualche centinaia di anni, forse, si dice, vi abbia messo le sue grinfie, se in un tardo pomeriggio del marzo 1998, mentre Civita era squarciata da una tremenda tempesta, il ponte improvvisamente crollò, sprofondando nella gola del Raganello. Dopo diversi anni il ponte è stato ricostruito interamente, ma molti, ancora oggi, ricordano il tonfo terrificante che si udì quel giorno, quando mattoni, pietre e calcinacci scomparvero nelle rapide del fiume. (ines Ferrante)

 

La Madonna del Castello

Nel 1090 Ruggero, figlio del re normanno Roberto il Guiscardo, divenuto conte di Calabria e di Sicilia, volendo tenere a freno i tentativi di ribellione dei cittadini castrovillaresi ordinò la costruzione di un castello sul colle dell’antica città. Tuttavia, durante i lavori, i muri innalzati di giorno crollavano misteriosamente nella notte, per  "ignota manu ", e all’alba gli operai trovavano ogni cosa completamente distrutta  per cui Ruggero decise di far scavare tutto il terreno circostante più in profondità e così, scavando, si rinvenne  un pezzo di muro sul quale era affrescata l’immagine  bellissima e misteriosa del la Vergine con il Bambino Gesù , che a ben guardare, ancora oggi, sembra avere i segni dell’ attrezzo che la scalfì. Si gridò al miracolo e ed il " buon " Ruggero si vide costretto ad accontentare il volere del popolo facendo costruire sul luogo una chiesa  nota appunto  come quella della Madonna del Castello. (Ines Ferrante)

 

La “torre infame”

Il castello aragonese di Castrovillari cela una storia di delitti, di sventure e di miserie! La paurosa costruzione fatta di piccole, umide, tetre e lugubri celle, di sotterranei e di camminamenti segreti, fu da sempre una prigione che doveva incutere un atroce terrore nei ribelli e nei rivoltosi castrovillaresi, laddove i carcerieri adoperavano ogni abuso e ogni sopruso nei confronti dei poveri disgraziati lì rinchiusi.  In particolare la torre più grande, il mastio, fu un luogo di martirio e di dolore che vide compiersi orrendi misfatti anche durante la lotta al brigantaggio nel decennio francese. A quei tempi infatti contro i prigionieri infuriava barbaramente, con inaudite crudeltà, il castellano Francesco Minervini da Cassano, un uomo alto, giallastro in viso, con lunghi e scarmigliati capelli, un vestimento da “bravo” ed una lunghissima mazza con una punta di ferro. Pare che sotto al primo piano del mastio si aprisse un sotterraneo profondo, angusto e tenebroso, mai visitato dalla luce, inospitale anche per le belve feroci. Pare che proprio qui il Minervini gettasse a centinaia i briganti catturati dai francesi, lasciandoli senz’aria, senz’acqua e senza cibo, Essi gemevano e percuotevano invano le possenti mura, con le bocche “schiumanti” e gli occhi “torti” dal dolore, fino a lasciarsi morire. I moribondi brancolavano nel buio sfiniti e quando si accorgevano di avere un letto di cadaveri sotto i loro piedi, che si putrefacevano, come cani, con le unghie e con i denti, ne laceravano le carni in putrefazione. Il lezzo era insopportabile e la contaminazione si diffondeva anche fuori dal castello. Si narra che quei corpi non siano mai stati tolti da lì e gridano ancora con forza, il loro orrendo destino. (Ines Ferrante)

 

 

 

“A pidicata i San Franciscu” e la benedizione della Calabria

San Francesco di Paola, il grande taumaturgo calabrese vissuto nel XV secolo, decise di lasciare la sua amata terra per raggiungere la Francia dove lo attendeva e lo desiderava al suo fianco il re Luigi XI, ormai prossimo alla morte.  Francesco intraprese un lungo e difficile viaggio, senza alcun mezzo di trasporto, proprio come desiderava, per  la città di Tours, in compagnia di uno dei suoi confratelli e di alcuni nobili inviati dalla Francia. La strada  seguita da Francesco di Paola era la direttrice principale che collegava la Calabria a Napoli,quella antica via romana, la Popilia-Annia,  attraverso la Valle del Crati e i monti del Pollino.  La leggenda popolare e la tradizione religiosa narrano che proprio lungo questo percorso il santo compì numerosi prodigi. Giunto sul massiccio del Pollino, secondo alcuni su Monte Sant’Angelo, Francesco, consapevole  di non rivedere più la sua terra, si raccolse in preghiera e si voltò verso la Calabria, benedicendola, per l’ultima volta. Il santo era scalzo e sulla pietra dura incise miracolosamente l’impronta dei suoi piedi,quella che tutti chiamano “a pidicata”,  un’ impronta che pare sia ancora su quella montagna e il cui calco è conservato nella chiesa della Maddalena a Morano. (Ines Ferrante)

 

Il mitico fiume Sybaris/Coscile

E’opinione controversa se sia stato il fiume a dare il nome alla leggendaria città magno greca di Sibari o se questa al fiume. Gli antichi Sibariti personificarono il nostro fiume in un giovinetto e gli antichi scrittori classici, da Ovidio, Strabone, Plinio e Galeno ricordano che le sue acque avevano straordinarie virtù magiche, infatti pare rendessero i capelli simili all’oro, feconde le donne e sterili gli uomini. Sembra anche che le greggi che si abbeveravano lungo il fiume morivano per  colpa di una strana erba che cresceva agli argini. Qualcuno in tempi più recenti lo collegò alla maestosa figura di un vecchio barbuto ma con caratteristiche animali, come le corna e le orecchie caprine, , una sorta di  mitologico sileno, che sorreggeva un’anfora dalla quale sgorgavano le acque impetuose ed abbondanti del fiume. Sybaris infatti significa “impetuoso” e  “scrosciante”.

 

 

‘U  monachiddu

U monachiddu è una piccola, misteriosa creatura, incappucciata, che, secondo alcuni che giurano di averla vista è del tutto simile ad un folletto o ad un elfo, mentre per altri  ricorda un fraticello senza volto, con una mano di ferro ed una di ovatta(se toccava con la mano di ferro era sfortuna se invece toccava con la mano di ovatta era fortuna). Scherzoso e giocherellone , ‘u monachiddu,  di solito appariva nelle case e si divertiva a burlare i padroni con scherzi e dispetti, legando tra loro i lacci delle scarpe, facendo il solletico, sollevando improvvisamente granelli di polvere negli occhi e facendo sparire ogni tipo di oggetto e preziosi, ma dispensando, altresì,  quegli uomini che comprendevano e assecondavano le sue burle,  denaro e fortuna. Egli, in un certo senso, viveva con la famiglia che aveva preso di mira, rifugiandosi in soffitta, o secondo altri nella legnaia o negli antichi forni utilizzati per cuocere il pane. Si narra che qualche  contadino, nei tempi passati sia riuscito a sfilargli il cappuccio,  e a questi  ‘u monachiddu abbia donato tanti soldi quanto lo stesso cappuccio poteva contenerne. Talvolta ‘u monachiddu si stancava di scherzare, talaltra si irritava per un qualche suo motivo e così andava a nascondersi  per un po’ di tempo.  In effetti pare sia molto importante non provocarlo né farselo nemico, anzi occorrerebbe stabilire un buon rapporto con lui, non farlo sentire troppo solo in casa poiché egli, in cambio, si dimostrerà veramente molto grato e riconoscente (Ines Ferrante)

 

Il miele di Baffi

Baffi era un signore di Civita che se andava spesso alle basse gole del Raganello. Una notte, mentre dormiva, gli venne in sogno la Madonna del Carmine che gli rivelò un punto preciso delle gole, la località Lamia-Sacchitìello  in cui vi era un grosso alveare. La Madonna chiese a Baffi che se fosse riuscito a prendere l’alveare, con la cera raccolta avrebbe dovuto farne delle candele ed accenderle in suo onore. Il giorno seguente l’uomo si recò in quel posto e scoprì un enorme sciame di api che proveniva da un buco sovrastante l’ingresso di una grotta. L’alveare sembrava essere posizionato troppo in alto, così Baffi ritornò in paese e chiese aiuto ad un suo parente. Ritornato nei pressi della grotta, facendosi sostenere da una corda, riuscì a prelevare sette secchi stracolmi di favi. Preso dalla contentezza e da un’irrefrenabile ingordigia, pensò malignamente che, dovendo dividere parte di quell’abbondanza con il cugino che gli aveva dato una mano, non poteva dare il resto alla Madonna, altrimenti non gli sarebbe rimasto nulla per sé. Non ebbe ancora finito di riflettere così che si vide sbucare davanti una grossa serpe. Subito d’istinto tirò fuori il coltello che prima aveva usato per tagliare i favi dell’alveare e spezzò in due l’animale che…..però… non era altro che quella corda che lo aveva sorretto fino a quel momento e che lo fece precipitare, irrimediabilmente giù, facendolo sfracellare al suolo, proprio davanti la grotta.

 

‘U “lifande-serpende”

Era un animale mostruoso, che per contadini e pastori era per metà elefante e per metà serpente e dimorava sui monti del Pollino. Pare che  ‘u “lifande-serpende”, per nutrirsi,  risucchiasse, con la sua lunga proboscide, tutto ciò che gli passava accanto, sebbene le sue prede preferite fossero le capre al pascolo. Un giorno, i proprietari di alcune greggi, pur temendo grandemente di essere risucchiati dalla mostruosa creatura,  si fecero coraggio ed escogitarono uno straordinario piano per ammazzarlo. Trovarono un uomo abile nell’addomesticare sia i serpenti che gli elefanti, una sorta di “magaro”, cioè di stregone,  e gli incaricarono di posizionarsi dalla parte opposta del rifugio della bestia e di attirarlo con rumori, suoni e gesti vari. Finalmente la bestia uscì dal rifugio, ma subito sprofondò nella gola sottostante, provocando un assordante boato. Nonostante la tremenda caduta, ‘u “lifande-serpende” non morì ed anzi continuò a seguire con attenzione quei rumori e quei suoni che faceva il “magaro”, fino a quando giunse dinnanzi a lui. Subito i pastori l’assalirono, e sopraffacendolo, lo uccisero.

 

 

La grotta della Magara

Poco distante dal suggestivo paese di Civita, sull’alta parete della Timpa del Demanio, inaccessibile all’uomo, vi è una grotta chiamata  “grotta della magara”, cioè della strega, perché pare fosse abitata da una donna malvagia, portatrice di innumerevoli sventure. La magara infatti, se appariva vecchia e brutta alle donne, attirava, invece, con la sua falsa, stregata bellezza, ogni uomo del paese. Un giorno mentre la magara si trovava in paese, precisamente al rione Magazzeno,  alcune coraggiose donne le lanciarono addosso una rete intrappolandola e la buttarono nel vicino e profondo strapiombo. La magara, però, rimase a mezz’aria ed aiutata dal vento, volò verso la grotta e prima di scomparire per sempre, gridò terribili parole: “chiunque guarderà, anche solo con la coda dell’occhio, la mia grotta, incapperà nelle mie maledizioni”. Da quel giorno nessuno osò rivolgere più lo sguardo verso la grotta ed anzi, fino a poco tempo fa alle giovani donne in attesa di matrimonio, era assolutamente vietato posare gli occhi verso la Timpa, ché se così fosse stato non si sarebbero sposate.

 

 

Il monte Rotondello

Un giorno il Signore chiamò presso di sé la Fame, la Miseria e il Dolore per affidargli una particolare missione sulla Terra. “Voi andrete”, disse, “tra gli uomini, alla ricerca della Bontà, della Carità e della Riconoscenza. Non è da escludere che le troviate, ma può anche darsi che vi imbattiate, invece, nell’Ingratitudine e nella Dimenticanza.  Andate nel mondo terreno, dunque, e poi ditemi se effettivamente esiste il Buono”.  Dette queste parole, il Signore creò, in men che non si dica, un essere cui diede sembianze umane: un vecchio, molto vecchio, stanco e denutrito, con una lunga barba incolta, vesti misere, un nodoso bastone nella mano scarna e tremula, una grossa bisaccia sulle spalle, un cencio per cappello e scarpe” slabbrate” ai piedi.  Il vecchio, giunto sulla terra, si accostò ad un’aia opulenta e, rivoltosi al padrone,  con voce affaticata e flebile, “Fratello, disse, sono giunto all’ultima tappa del mio cammino  per la piana ed ora mi accingo ad affrontare gli aspri, faticosi sentieri della montagna. Ho interminabilmente errato per le regioni del Sud, dopo aver lasciato l’isola del Sole ed i giorni del mio travagliato andare non si contano. Nelle verdi vallate del Crati e del Coscile,  la Pietà mi ha sempre accolto con fraterno amore e la Bontà dell’uomo, riconoscente verso la Provvidenza che gli ha ampiamente assicurato il pane, mi ha elargito ospitalità e doni. Fa anche tu che io sosti, prima della fatica, nella tua casa benedetta. “ Non vi è posto per altri nella mia casa, vagabondo” rispose il padrone.  “Ma io non chiedo un letto, fratello. Avrai di certo un poco di paglia per le mie membra stanche nel tuo pagliaio” disse il povero vecchio. “Non vi è paglia, vecchio, perché io devo serbarla per un’intera annata e sperperarla non posso”.  “ Dammi allora, ti prego”, continuò il vecchio, “nel nome del Signore, un pugno di grano che Iddio ti ha copiosamente elargito”.  “Ho tante bocche da sfamare io. Non c’è grano per i viandanti senza meta, che nulla hanno fatto per produrlo” . E il vecchio allora disse: ”Mi contento solo di un tozzo duro di pane e di un sorso d’acqua, fratello. Dio, al quale ti sei fervidamente rivolto nei giorni di carestia e al quale tante promesse hai fatto, ti renderà merito della carità che praticherai verso di me”. “ Vattene vecchio vagabondo”, fece il padrone, “ché ormai mi hai seccato e non ho tempo da perdere”. Umile ed attonito il poveretto ascoltò i caparbi rifiuti e le acri parole dell’uomo, irriconoscente e dimentico. Proprio come il Signore gli aveva preannunciato egli si trovava ormai di fronte all’Ingratitudine, alla Dimenticanza e all’Incomprensione racchiuse in un unico essere umano, così d’un tratto presso il vecchio apparve Iddio, e mostrandosi agli immemori ed agli ingrati, dà loro la lezione che meritano. In un baleno, dunque, tutto ciò che si trovava nell’aia, grano, covoni, buoi ed uomini, venne trasformato in roccia, ad ammonire in eterno che non si può impunemente scherzare con il nome del Signore. (Ines Ferrante)