| Morte, superstizione e magia nelle tradizioni castrovillaresi |
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L’uomo, si sa, è sospeso tra la vita e la morte che, da sempre, sono apparse ai suoi occhi come misteri a cui la natura umana non è in grado di dare risposte. Cosi, ogni popolo ed ogni civiltà, in ogni epoca ha elaborato usi e costumi specifici per esorcizzare e giustificare tali eventi. La morte è la più grande sventura per l’uomo e porta con se un violento dolore espresso con grida, pianti, lamenti e parole d’angoscia. Si narra che, anticamente, poiché si riteneva che, subito dopo il trapasso, l’anima del defunto, liberatasi dal corpo, si aggirasse assetata tra le mura domestiche, diversi vasi contenenti acqua venissero gettati dalle finestre, onde evitare che l’anima, tuffandosi in essi, non potesse più andar via. Quando, poi, moriva il capo famiglia, subito veniva spento il fuoco nel focolare e così rimaneva per diversi giorni. Alla notizia dell’ avvenuto decesso, accorrevano parenti ed amici: alcuni ponevano il defunto nella bara insieme agli oggetti a lui più cari ed indispensabili nell’aldilà, come pane, monete ed oro, altri contattavano le confraternite e le congreghe religiose per il funerale e le donne vegliavano l’estinto fino alle prime luci dell’alba seguente con preghiere e lamenti. Poi il defunto veniva lasciato solo e accanto a lui venivano poste posate, pane ed acqua, poiché si credeva che gli angeli venissero a fargli compagnia e sulla porta di casa ponevano un drappo nero che rimaneva per mesi,talvolta anche per anni. In segno di lutto le donne vestivano completamente di nero o toglievano dall’abito quotidiano, trine e galloni, cambiando in nero il panno che le copriva il capo e il grembiule e avvolgendo gli orecchini di un nastro nero. Gli uomini, invece, mettevano una fascia nera attorno al braccio destro e, per molti giorni, sia d’estate che d’inverno, non deponevano il mantello. Dopo la sepoltura, per tre giorni consecutivi, amici e parenti portavano da mangiare alle persone colpite dal lutto, avendo cura di non riportare indietro gli avanzi del pranzo o della cena, gesto considerato di cattivo augurio. Molte erano le credenze, tra i castrovillaresi, che risentivano delle antiche reminiscenze pagane: si riteneva che il moribondo non potesse morire se prima non avesse toccato la terra con i piedi poiché ciò gli avrebbe dato la forza per vincere l’agonia, si credeva che le anime dei trapassati facessero visita al morituro per persuaderlo al triste trapasso e che le anime dei defunti, se pur sotto forme diverse, rimanessero accanto ai vivi. Cosi ogni primo novembre, durante tutta la notte, i castrovillaresi lasciavano acceso il lume ad olio, affinché gli spiriti dei familiari defunti che venivano a visitare la casa, potessero vederci, e lasciavano aperto “u casciunu”, la grande cassapanca di legno, affinché essi potessero servirsi dei fichi secchi, che appunto venivano consumati, per la prima volta nell’anno, il due novembre, proprio durante la ricorrenza dei defunti. I rituali del paganesimo greco e romano hanno influenzato anche le credenze superstiziose del nostro popolo, che, non potendo spiegare con la ragione certi fenomeni, li spiegava spesso attraverso la magia. I castrovillaresi credevano fermamente nel malocchio o “jettatura” ( o anche “affascino”) e per difendersi da esso portavano addosso piccole corna, pezzetti di sale o piccoli oggetti di ferro. Credevano anche che la gallina che imita il canto del gallo annunciasse sventura, che il gatto nero fosse di cattivo auspicio, che il maggiolino fosse il messaggero di Sant’Antonio, che il gufo fosse un segno di sventura, mentre l’upupa (“a pivula”) annunciasse buone nuove dove si posava, ma pessime dove guardava. Ritenevano inoltre, che la farfallina, entrata in casa verso sera, fosse l’anima di qualche parente estinto e che portasse buone nuove se era bianca, cattive se era nera. Gli antichi castrovillaresi ritenevano le comete messaggere di sventura, l’olio ed il sale, versato sulla tavola, segni di disgrazia, mentre il vino versato segno di liete notizie. Erano altresì convinti che chi piantava un noce morisse non appena questo avesse portato il frutto, che il ramoscello di menta sul petto di una donna ne avvizzisse il seno e che alcuni giorni, il martedì e il venerdì fossero infausti. Ogni castrovillarese dava grande importanza ai sogni: sognare uva bianca, fichi neri, prugne, carne e fiume chiaro era segno di sventura, mentre panni bianchi stesi al sole e acqua torbida era favorevole. Cosi l’oro ed i baci erano messaggeri d’inganni, le uova e le ciliegie erano simbolo di parole, i porci, gli asini e le capre erano le tentazioni, i buoi e le pecore erano le anime del purgatorio e le persone nude simboleggiavano l’amore. In particolare le donne dell’antica Castrovillari, temevano la cieca potenza delle “magàre”, cioè delle streghe, ritenute malvagie e vendicative e molte giuravano di averle viste e sentite, eppure spesso, nei secoli passati, qualche donna è ricorsa all’aiuto di una “magàra”, per liberarsi del malocchio o per ottenere un incantesimo o
“Amami bella mia, se mi vuoi bene Altrimenti ti costringo ad amarmi con magarìe… Prendo tre peli di un nero cane, tre piccole pietre di un crocevia, le metto a bollire in un pentolone e la schiuma che ne esce è “magarìa”…. Liberamente tratto da A. Schettini, Castrovillari nelle tradizioni popolari”, 1985 |




filtro d’amore. Talvolta le magàre erano associate a tesori nascosti, tesori maledetti e mai ritrovati e queste credenze alimentarono nel popolo favole e leggende incredibili e meravigliose che venivano narrate alla luce del focolare e che ora vanno sempre più scomparendo. Riportiamo dunque la traduzione in lingua italiana di un suggestivo e magico canto popolare a ricordo della preparazione di un filtro d’amore: