L'Unità d'Italia: una pagina di storia calabrese PDF Stampa E-mail

“In pace ed in guerra i Castrovillaresi hanno sempre dato prove convincenti del loro carattere fiero e gentile insieme, della loro prodezza e delle loro virtù e si sono distinti anche nelle arti, nelle scienze, nelle lettere, portando in ogni attività il soffio vivificatore dell’operosità, della rettitudine e della capacità costruttiva, mentre coloro che sono andati sparsi per il mondo hanno mantenuto fede alla nobiltà delle tradizioni della terrain cui sono nati..”A raccontarci questa storia di uomini d’altri tempi è il castrovillarese Don Cristoforo Pepe (1850-1906), insigne storico e scrittore, autore dell’opera “Memorie storiche della città di Castrovillari”,di cui riportiamo questo straordinario stralcio sulle vicende calabresi che contribuirono all ’Unità d’Italia .  “Le idee di libertà, di uguaglianza e di giustizia sociale portate dalla rivoluzione francese trovarono sostenitori entusiasti anche a Castrovillari . Così sorse anche nel nostro paese la prima setta liberale, animata dalla famiglia Baratta e sostenuta dalle famiglie Gallo, Giannitelli, Pellegrini ecc. che risvegliò il popolo castrovillarese. Quando poi, nel 1799, i francesi entrarono a Napoli e proclamarono la Repubblica partenopea, a Castrovillari per tutta una notte si ballò e sicantò intorno all’albero della Libertà eretto in Piazza Gallo e fu preparata la vendetta per tutte le ingiustizie subite durante i trecentottanta anni di schiavitù feudale: in assenza del duca Spinelli, infatti, il suo spietato agente Domenico Cappelli venne ucciso.Purtroppo non tardarono a manifestarsi anche le prime delusioni, poiché la Repubblica partenopea era troppo influenzata dai francesi per potere agire esclusivamente nell’interesse del popolo ed anche perché i Borbone  aspettavano soltanto un’occasione favorevole per riprendere il potere. Cosa che purtroppo avvenne presto:  nonostante un’ eroica resistenza al quale parteciparono anche i due castrovillaresi Giovanni Andrea  Cedraro e Pasquale  Salerno,  la Repubblica partenopea cadde e i Borbone, ritornati sul trono di Napoli, furono di una crudeltà inaudita (i patrioti castrovillaresi riuscirono pero a salvarsi con la fuga). Intanto Napoleone trionfava ovunque e i suoi nemici cadevano ad uno ad uno. Nel 1806 fu anche  la volta dei Borbone: Napoli venne nuovamente occupata dai francesi e vi si insediò . il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte. Alcune truppe borboniche si accamparono e si trincerarono a Campotenese, ma i francesi di Reynier le inseguivano da Napoli  e proprio a Campotenese li sconfissero.” La notte tra il nove e dieci di marzo-  scrive il Pepe-  mentre il cielo era coperto di dense e nere nubi, l’acqua cadeva a torrenti, il vento spirava turbinoso e ghiacciato, i soldati borbonici stanchi e avviliti passavano per Castrovillari, chiedendo con voce di pietà lumi e ricovero ed i cittadini ascoltarono le loro preghiere. Anche i principi borbonici Francesco e Leopoldo poterono per poche ore trovare scampo e ristoro a casa Cappelli, ma il tempo stringeva: avevano le armi francesi alle costole e bisognava fuggire. Sicché la mattina non rimaneva un solo soldato borbonico a Castrovillari” . I francesi furono accolti con grande entusiasmo dai nostri concittadini e il generale Reynier ,circondato da premurose attenzioni, si fermò nella nostra città qualche giorno per poi proseguire la sua vittoriosa marcia in Calabria. Ai primi di aprile arrivò anche Giuseppe Bonaparte, accolto non solo dalle autorità e dal clero del paese, ma da tutta la popolazione festante che li corse incontro fino a qualche miglio fuori dalla città. Giuseppe Bonaparte scese dal cavallo e fece il suo ingresso in città a capo scoperto, ospite in casa Cappelli. I benefici che Castrovillari ricavò dalla dominazione francese furono diversi (divenne anche  capoluogo di distretto) e questo spiega l’atteggiamento favorevole dei cittadini, che non dimenticarono l’aiuto e la protezione dei francesi in diverse occasioni come quando il re Coremme, un feroce bandito assoldato dai borboni, occupò e mise a ferro e fuoco Frascineto, Eianina e San Basile, tentando di calarsi anche su Castrovillari. Solo il generale  Peiry riuscì a metterlo in fuga, come più tardi fece anche contro il famoso bandito Necco  che aveva occupato Mormanno.  Alla fine, Gioacchino Murat ,cognato di Napoleone e sostituto di Giuseppe Bonaparte nel Meridione italiano, affidò al generale Manhes il compito di normalizzare la situazione e per tutta la Calabria si svolsero episodi terrificanti. Nel castrovillarese, ove il brigantaggio faceva capo ai crudeli Carmine Antonio,  Perrone ed altri, il generaleManhes riuscì a compiere la sua missione.Racconta il Pepe che catturato Carmine Antonio e gli furono tagliate le mani e”fu menato per il paese su di un asino a ritroso e con un mitra di carta e quindi messo a morte”. E ci fu in sì gran numero di briganti uccisi a Castrovillari che i francesi, non sapendo più dove dar loro sepoltura, li gettarono in due vasti fabbricati posti nel fondo della valle del Coscile e destinati un tempo a farvi la carta. Una notte, un’alluvione, rotte le mura della città, trasportò con sé tutti i cadaveri, seminandovi la valle. Altre scene più orribili dovevano avvenire nel Castello Aragonese, come ci racconta il Botta, ricordando ” l’infame torre” di Castrovillari, in cui i briganti vennero rinchiusi a centinaia e lo spietato carceriere Francesco Minervini da Cassano. Costui, già bargello delle squadriglie del principe di Cariati, era ”di animo truce come d’aspetto, alto..giallastro in viso, aveva lunghi e scarmigliati capelli, lunghissima mazza con punta di ferro, vestimento da bravo. Ora venduto ai nemici dei carcerati, ora crudele ai miseri…percuotendo, stremando vitto, acqua, lume, infieriva, velando la sua nequizia con tentate evasioni calunniose, ma facilmente credute” Pare che un gran numero di prigionieri furono rinchiusi e “murati” vivi nei sotterranei della torre “infame”tanto che dilagò una terribile epidemia in tutto il paese. Così il brigantaggio venne annientato. Dopo la caduta di Napoleone Gioacchino  Murat fu catturato dalle truppe borboniche, arrestato, condannato a morte da un Tribunale militare e fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815. Con il  Congresso di Vienna venne restaurata la monarchia borbonica : Ferdinando IV riunì i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle due SicilieCosì la Sicilia venne privata della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel precedente decennio napoleonico e ben presto scoppiò la rivolta. Ferdinando, constatata l'impossibilità di soffocarla concesse la Costituzione e nominò suo vicario il figlio Francesco. Il nuovo Parlamento riorganizzò le amministrazioni provinciali e comunali ed emanò un provvedimento sulla libertà di stampa e di culto. Le novità introdotte nel Regno delle  Due Sicilie non furono gradite dai governi delle grandi potenze europee che convocarono Ferdinando al Congresso di Lubiana in seguito al quale il Regno fu invaso dalle truppe austriache che, nel marzo 1821,  sconfissero l'esercito costituzionale napoletano. A fiaccare lo spirito combattivo dell'esercito valse anche un proclama del re Ferdinando che, al seguito degli Austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere coloro che venivano a ristabilire l'ordine nel Regno. Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni. Nel 1825 Ferdinando I morì e salì al trono il figlio Francesco I. I suoi sei anni di Regno, furono caratterizzati da progressi in campo economico e tecnologico, ma sul piano politico perseguì una politica estremamente  reazionaria nei confronti dei moti rivoluzionari Alla morte di Francesco I, nel 1830 il Regno passò al figlio Ferdinando II. Il governo del nuovo sovrano fu caratterizzato da notevoli riforme, volte a migliorare l’economia e l‘amministrazione dello Stato, soprattutto in favore dei ceti meno abbienti. Ferdinando II provvide a richiamare in patria ed a reinserire negli incarichi numerosi patrioti esuli ed a diminuire le pene per i condannati politici. Inoltre si spinse verso nuovi metodi di amministrazione delle carceri migliorandone le condizioni. Il regno,però, fu nuovamente oggetto di moti rivoluzionari nel 1848, allorché  il Re, primo in Italia, concesse la Costituzione ispirandosi al modello francese (paradossalmente, i moti quarantotteschi in Francia travolgevano proprio quel modello costituzionale). A seguito dei moti in Sicilia, il 25 marzo del 1848, si riuniva il Parlamento Generale di Sicilia con un governo rivoluzionario che proclamò l'indipendenza dell'isola (la vita del Parlamento siciliano durò brevemente e già con il cosiddetto decreto di Gaeta del 28 febbraio 1849 Ferdinando II di Borbone riprendeva possesso della Sicilia). A Castrovillari la notizia che Ferdinando II di Borbone aveva concesso la Costituzione fece uscire dall’ombra i patrioti i quali, insieme al popolo manifestarono per le vie del paese. Venne organizzata la nuova Guardia Civica e sorse il Circolo Nazionale(presidente era Carlo Maria L’Occaso), il cui scopo era  “lo svolgimento e l’emendamento della Carta Costituzionale in armonia con i bisogni e le aspirazioni dei cittadini”. I fautori più accesi del nuovo ordine diedero così vita a “sette” o “chiese” alle quali venivano ammessi quei cittadini disposti a difendere fino all’ultimo sangue la Costituzione qualora fosse stata minacciata. La setta di Castrovillari, chiamata “Chiesa del Lagano”, annoverava ben quattrocento iscritti e teneva le sue riunioni dapprima nella casa di campagna di Don Raffaele Salerno e poi nel soppresso monastero di San Francesco d’Assisi. Tra i suoi membri ricordiamo,oltre a Don Raffaele Salerno e a Carlo Maria L’Occaso, Giuseppe Pace e Dionisio Baratta. Si narra che, Don Raffaele Salerno, considerato uno dei più accesi rivoltosi, “vestendo una stola nera” a coloro che entravano a far parte  della setta faceva tenere “infisso un pugnale sul sacro costato di un Crocefisso”posto con un messale su una panca apparecchiata facendogli giurare di “vincere, o morire”, di distruggere la dinastia borbonica, di migliorare la Costituzione fino all’ultimo sangue e di difendere le Calabrie. La setta aveva raccolto uomini, armi e denari sia a Castrovillari che nei centri vicini e aveva organizzato un battaglione comandato da Giuseppe Pace.  Intanto il generale Busacca, al comando delle truppe borboniche  puntava dritto verso Castrovillari.  Il Pepe racconta che entrò in città con “armi impugnate e micce accese” e vi trovò “facce nemiche ed accoglienza freddissima”, ma intendeva fermarsi solo un giorno per poi proseguire per Cosenza. Tuttavia il Busacca ricevette l’ordine di tornare indietro a Campotenese e di unirsi alla colonna Lanza che pure stava dirigendosi verso la Calabria, ma non poté eseguire l’ordine perché Campotenese era già stata occupata da tremila patrioti al comando di Domenico Mauro, né potè muoversi sulla strada verso Cosenza perché sia a Cassano che a Spezzano Albanese vi erano contingenti  armati pronti a marciargli contro.  Busacca, chiuso in Castrovillari con il popolo ostile,  pensò così di mandare nella notte una colonna di soldati a Spezzano per cogliere di sorpresa i rivoluzionari e cercare di aprirsi un varco verso Cosenza. Ma alcune donne di quel paese, scorti i soldati diedero l’allarme, cui seguì un accanito combattimento che si concluse con la fuga dei borbonici inseguiti fino alla periferia di Castrovillari. Il  Busacca, indignato, proclamò lo stato di assedio. Intanto il generale siciliano Ribotti, nominato comandante supremo di tutto l’esercito rivoluzionario calabro-siculo, inviò un distaccamento di siciliani e calabresi in contrada Camerata, altri li fece dislocare con l’artiglieria nelle Vigne ed egli stesso con il grosso dei rivoluzionari si accampò tra Cassano e Castrovillari. Il Ribotti, però, diede a tutti i comandanti l’ordine di non attaccare, poiché in realtà considerava il movimento rivoluzionario calabro-siculo  già fallito. Alcuni rivoluzionari violando l’ordine ricevuto, si avvicinarono fino alla contrada Bolinaro, mentre quattro pezzi di artiglieria furono puntati sul colle di S. Maria del Castello e contro la sede del quartier generale borbonico. Il Busacca,, non conoscendo le reali intenzioni del Ribotti e pensando che quei movimenti di truppe preannunciassero un attacco imminente contro la città, fece rafforzare le postazioni e schierò il grosso del suo esercito al lato nord-est dell’abitato e a sud-est, sul colle di S. Maria del Castello. La breve ma furiosa battaglia si concluse con il ritiro dei borbonici e la morte di alcuni rivoluzionari tra cui il giovane figlio del conte siciliano della Verdura, barbaramente trucidato sul ponte Canalgreco. Gli altri rivoluzionari resistettero accanitamente, ma privi dei mezzi adeguati e sfiduciati si ritirarono. Poco dopo Lanza e Busacca sottomettevano la Calabria al sovrano Ferdinardo II. La rivoluzione calabrese era praticamente finita e la reazione dei borbonici, nonostante le  promesse, fu violenta. Il 1 settembre 1860 Garibaldi giungeva  anche a Castrovillari, accolto da una folla imponente e il reggimento Pace lo seguì nella sua marcia trionfante, contribuendo anche alla presa di Capua. Francesco II di Borbone, salito al trono nel 1859, non riuscì a rompere l'isolamento politico del regno borbonico e a impedirne la dissoluzione.  Il brigantaggio insanguinò le province meridionali per tutto il primo decennio di vita dello stato unitario.