Un antico culto di Demetra a Castrovillari? PDF Stampa E-mail

 

Il ritrovamento sul colle di S. Maria del Castello, in Castrovillari, di terrecotte votive arcaiche e classiche, conservate al Museo Archeologico di Castrovillari, ha fatto avanzare l’ipotesi di un santuario antico riferibile al VI sec a.C, forse, uno dei molti luoghi di culto greci sparsi nel territorio della Sibaritide, la cui funzione principale era quella di fornire alle popolazioni rurali un punto di riferimento per praticare culti connessi alla fertilità. Una di queste terrecotte raffigura un corpo femminile che sembra avere tra le mani un porcellino, animale sacro a Demetra. Dunque un luogo di culto dedicato a questa straordinaria dea del mondo greco?Non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai, ma è interessante capire come in epoca cristiana l’antico luogo di culto dedicato ad una divinità femminile greca sia diventato un luogo di culto dedicato alla Madonna, la Madonna del Castello. Figlia di Crono e di Rea, Demetra era la dea greca della natura, della intera terra coltivata, del grano e dei cereali, della vegetazione fertile e feconda. Il nome Deméter contiene la parola “madre” (méter), ed infatti, talvolta la dea era chiamata semplicemente “madre” a simboleggiare l'energia materna nutrice e protettrice di tutte le creature, sempre pronta a  proteggere  e  a difendere i suoi figli. Dea, anche, della fecondità e del matrimonio, si differenziava da quella Gea che era la personificazione della terra intesa come elemento primordiale. Identificata a Roma con l’antica divinità italica di Cerere ed anche, per alcuni storici, tra cui Erodoto, con la dea egizia Iside, Demetra è strettamente legata al mito della figlia Persefone. “Divina fra le dee” la definisce Esiodo  nella sua Teogonia,  nella quale racconta che “Zeus ascese il talamo di Demetra, generosa nutrice che partorì Persefone dalle bianche braccia”. Quando la giovane, divina fanciulla fu rapita da Ade, Demetra vagò in cerca della figlia, senza più curarsi della fertilità della terra e lasciò che  i campi non producessero più messi. Durante le sue peregrinazioni la dea raggiunse Eleusi, nell’Attica, e per non essere riconosciuta assunse  le sembianze di una vecchia. Qui incontrò una donna, Iambe (o Baubò) che le offrì da mangiare e la rallegrò con scherzi gioiosi. Altre fonti sostengono invece che sia stata Metanira, moglie del re di Eleusi, Celeo, ad offrire una bevanda alla dea disperata e digiuna, e sembra che gli iniziati ai Misteri Eleusini compissero un’ identico rituale a ricordo di quel momento, rompendo il digiuno con una bevanda, che nell’Inno omerico a Demetra risulta essere composta, su richiesta della stessa dea, da farina, acqua e menta, proprio come il ciceone, usato dai contadini per placare la sete. Metanira, pur ignorandone la vera identità, volle che Demetra, rimanesse nella sua casa come nutrice del piccolo Demofonte. Il bimbo, senza essere allattato, cresceva meravigliosamente, cosi la madre decise di spiare la dea-nutrice e la sorprese che lo poneva tra le fiamme del fuoco, con l’intento di renderlo immortale. Alla vista di questo  Metanira gridò e Demetra fu costretta ad interrompere il rito, svelandosi in tutto il suo splendore divino e ammonendole che il bambino non sarebbe diventato immortale, tuttavia gli sarebbe rimasto addosso un privilegio imperituro, poiché era salito sulle sue ginocchia ed aveva dormito tra le sue braccia. Per ringraziare  il re Celeo e sua moglie dell’ospitalità la dea, comunque,  diede al loro figlio maggiore Trittolemo un chicco di grano e gli insegnò a coltivarlo, evento simbolico che segna, storicamente, per l’essere umano, il passaggio dalla vita nomade alla vita sedentaria dedita all’agricoltura e all’allevamento. Miti analoghi attribuiscono a Demetra l’invenzione della macina e la coltivazione dei legumi identificandola come colei che donò al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole, dalla semina, all’aratura e alla mietitura. Pausania narra anche che la dea donò a Fitalo, un altro personaggio che l’aveva ospitata, quella pianta di fico presso la quale avrebbe sostato la processione durante i misteri eleusini. Intanto Zeus, preoccupato perché la terra diventava sterile, ordinò di far risalire dagl’Inferi Persefone. Ciò però non era possibile, almeno in maniera definitiva poiché ella, nel regno dei morti, aveva mangiato il chicco di una melagrana cresciuta laggiù, così venne stabilito che Persefone passasse una parte dell’anno negl’Inferi con lo sposo e l’altra parte sulla terra con la madre Demetra, proprio quando alberi, fiori e piante riprendevano a germogliare. Oltre a Persefone, la dea ebbe anche Pluto, generato con Iasone il quale si unì a Demetra “nell’amore desiderato in un maggese tre volte arato, nel ricco paese di Creta” . Della dea s’ innamorò anche Poseidone che prese a seguirla ovunque. Per sfuggirgli Demetra assunse le sembianze di una cavalla ma il dio, diventato cavallo si unì a lei e da loro nacque il cavallo Arione. Particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, il suo culto era praticato in tutto il mondo greco, con sacrifici in cui si faceva uso del fuoco e con offerte dei prodotti della natura che venivano posti sui suoi altari: favi di miele, lana non filata, uva non spremuta, frumento non cotto. Solo per lei  anche esclusivi ex-voto come porcellini di creta. I suoi simboli erano le spighe di grano e i papaveri, mentre gli animali a lei sacri erano l’orsa e la scrofa. Importanti feste si svolgevano in onore di Demetra ad Atene,  dove tra ottobre e novembre, durante le Tesmoforie, a cui potevano partecipare soltanto le donne sposate a cittadini liberi, ci si asteneva per nove giorni dai rapporti sessuali ed  si offrivano alla dea primizie e serti di spighe,  ad Eleusi, invece,  tra settembre ed ottobre si tenevano, le  Eleusine, durante le quali il nome di Demetra e di Persefone non potevano essere pronunciati e le due dee venivano chiamate rispettivamente Deò e Core. Sembra che durante  alcune di queste feste, si facesse uso di oppio, la droga che si ottiene incidendo le capsule del papaver somniferum, quel fiore che avrebbe lenito il dolore per la scomparsa della figlia. Proprio una statuetta di argilla, conservata al Museo Archeologico di Hiraklion, nell’isola di Creta, raffigura una dea con in testa tre capsule di papavero, sulle quali sono ben visibili le tacche delle incisioni. Vogliamo infine ricordare come nel territori magno greco della Sibaritide,  la fine della grande colonia di  Sibari nel 510 a.C., generò uno scontro fra i popoli italici (Lucani e Sanniti) e gli Italioti (i Greci d’Italia) e questo provocò  sicuramente anche la fine del culto greco  presso il sito di S. Maria del Castello.

 

 

Ines Ferrante

Riferimenti bibliografici

Francesco Di Vasto, Storia e archeologia di Castrovillari, 1995

M. Cipriani, E. Greco, A. Pontrandolfo Greco, I lucani a Paestum, 1996

F. Leighton, Il ritorno di Persefone, 1891

L. Biondetti, Dizionario di mitologia classica,1997

K. Kerényi, Dioniso, 1992