| Andrea Alfano, il pittore delle anime |
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Andrea Alfano è uno dei più intensi ed originali pittori italiani della prima metà del Novecento, che visse e assimilò i drammi del suo tempo, della sua povera gente e della sua amata terra, la Calabria.I colori dei suoi quadri, dunque, sono quelli della sofferenza e del dolore che lo circondano. Grande pittore, ma anche grande poeta: le nostalgiche poesie costituirono infatti, per lui, un ulteriore espressione del suo intimo sentire, una precisazione delle sue visioni che, come onirici miraggi, si sublimano tra le sue tele. Spirito profondamente religioso, Alfano dipingeva l’uomo alle prese con i mali sociali,ritraeva l’oppressione spirituale dell’individuo, come egli stesso diceva ”…l’ umanità che ha perduto la sua strada, spettri incurviti alla terra”. Alfano aveva un interesse personalissimo e molto particolare verso la piccola povera gente, verso i derelitti, verso gli emarginati, verso i vecchi, verso i folli, verso tutte quelle creature afflitte, “anime imprigionate nelle miserie della carne”, di cui non solo ritraeva con egregia maestria, la verisimiglianza fisica, ma ne inseguiva e ne fissava, in brevi, audaci tratti, l’anima stessa. Alfano riconosceva in questi individui un’anima infantile, dunque semplice e pura, l’espressione più genuina ed alta dell’umanità. Dunque il pittore delle anime, il pittore dell’essenzialità dell’ io, in tutta la sua più intima e profonda essenza. ”Ai miei quadri non metto la cravatta”, poiché “voglio essere fonte e non secchio”, diceva l’artista e da queste sue frasi pronunciate come una profezia s’intuisce chiaramente che l’unicità e l’originalità della sua arte consista nell’immediatezza, nel realismo, scevra di spunti o influssi accademici, un’ arte fortemente ispirata, tutta dentro di sé. In lotta continua tra la luce che era sua ed il buio che la tentava, l’arte di Alfano vivrà una vita tutta sua. Del maestro a lui più prossimo, Mancini, Alfano non aveva nulla: Mancini staccava da sole monti di luce, e trionfante, ne godeva dell’ebbra conquista, Alfano, invece, ne scavava un grano e guardava dentro il sole, martoriandosi per quello che non poteva scorgersi. Sembrava felice, ma un mondo di giorni perduti e grossi rancori oscurarono lunghi suoi anni di sconforto e di tormento. Quelle sue figure umane ricavate da un dannato e redento mondo di anime erano il frutto esclusivo del suo sacrificio d’artista. Caratteri costitutivi del suo stile sono la sintesi, il dinamismo, essenzialità e l’immaterialità, elementi rielaborati interiormente ed espressi alla luce di una sensibilità nuova, diversa. Dai suoi ritratti, i cui elementi somatici sono appena accennati, emerge una luce di fuoco, che, come vampate improvvise, illumina i volti isolati, interamente immersi nel buio. Alfano visse la sua pittura come puro “esercizio spirituale”, per meditare e contemplare, attraverso pennellate sommarie e schizzi di colore, la tragica condizione umana, la sua eterna angoscia, insaziabile ed insaziata sete di giustizia e di amore. La Pinacoteca Comunale di Castrovillari, presso il Protoconvento Francescano, accoglie, con devozione e amore, molti dei suoi migliori dipinti che egli stesso, prima di morire ha voluto lasciare alla sua città. Le altre tele, gli altri suoi capolavori si trovano altrove, in collezioni private, o perdute e dimenticate.
G, Selvaggi, “Pittura e Ventura di Andrea Alfano”, Castrovillari 1989 L. Grisolia, “Andrea Alfano: Il pittore dell’essenza”,Roma 1996 C. Oppo, G. Selvaggi, “Andrea Alfano”, Roma 1950 G.Maradei, ”La pittura dell’anima”, Castrovillari 1988 A. De Gaudio, I. Laudadio, G. Selvaggi, “Una cartella su Andrea Alfano” ,Castrovillari 1988 |





