1583: un’enorme pietra infuocata a Castrovillari PDF Stampa E-mail

Era il 10 gennaio 1583. Nella pianura sottostante l’abitato di Morano, press’a poco nel territorio di Castrovillari, dal cielo piombò giù sulla terra un' enorme pietra infuocata. Fu un evento eccezionale, un fenomeno naturale straordinario quanto imprevedibile che suscitò enorme clamore e sbigottimento tra gli abitanti. L’accaduto venne raccontato dal  Conte de Haro, attraverso una lettera ampia e dettagliata, che egli inviò a Napoli, a Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido. Nella casa del Carafa,  proprio in quel periodo, si trovava il filosofo cosentino Bernardino Telesio.

 

 

“All' Ill.mo signor Ferrante Carafa, Marchese di San Lucido.

Venendomi da V.S. Ill.ma commandato ch'io le faccia relatione del Fulmine o tuono, che fu alli X del presente in la Terra di Castrovillari, le dico che il detto giorno a X di Gennaro, che secondo il Calendario vecchio doveva essere il primo dell'anno et mese presente a'hore XVIIII, fu visto da infiniti contadini che stavano alla Campagna agli esercitii della Terra, et da molte altre persone degne di fede, che si trovorno in viaggio, et nelle Terre convicine di Cassano, di Morano, di Castrovillari, della Saracina et di Altomonte scendere dalla più alta parte dell'aria una cosa a' guisa di folgore con un bombo e tuono grande: il fulmine nel cadere stette da mezzo quarto d'hora in circa al giudicio di molti, et veniva cadendo facendo biscia nell'aria, in maniera tale che molti viandanti e genti, che si trovavano nella campagna, hebbero grandissimo timore che avesse a cadere sopra di loro; nell'aria mentre cadeva a' basso, dicono che rappresentava una nubbe oscura, che nella cima cacciasse fiamme di fuoco, e credo che il gran fumo, che portava seco rappresentasse la nubbe, et che la vehemenza del cadere, come in quel giorno era il cielo serenissimo facesse apparere le fiamme del fuoco; infine andò a cadere sopra Castrovillari, nel piano di sopra verso Morano, et proprio nella vigna di Giovanni Alfonso Cataldo; diede nel cadere sopra una pietra viva et grossa quanto non l'havessero levar da Terra duoi huomini, et la spezzò in mille pezzi, et da là poi venne a cadere sopra una miniera di pietra viva che in questo paese chiamano chiatra, et trovandosi pendente il fulmine trascorse da essi per trenta palmi in circa, finché trovò nel terreno, et con tutto ch'avesse trovato i detti impedimenti pur calò sotto terra tre palmi circa; un contadino che si trovò in detta vigna zappando, depone nella sua esamina, che dopo di essere stato per lungo spatio tramortito per paura, rihavutosi vide che nel luogo dove era caduto il fulmine n'usciva grandissimo fumo, che durò per spatio di due hore, et con tutto che li fosse venuta voglia vedere che cosa fusse, non si assicurò avvicinarsi al luogo, finché passando duoi pastori, datosi animo l'un con l'altro, di compagnia andorno a vedere quel ch'era; non trovorno altramente pertugio o buco, dove era caduto, perché il gran calore manteneva di maniera il terreno sollevato, che pareva piano; andò il primo contadino toccando con un bastone nel luogo dove havea visto uscire il fumo, che già era cessato, et nel toccare quella poca Terra, che stava sollevata et sustentata dal calore, ch'era uscito dal fulmine, svaporandosi ne cascò et apparse il metallo dal quale usciva puzza come il Solfore, et era ancora di maniera caldo, ch'à pena si poteva sustentare in mano. La forma è del modo che V.S. Ill.ma ha visto, che per la prova fattane appare ferro di fortissima tempera; la forma si ben alcuni la van raffigurando ad' una testa di montone. Io per me non li saprei dare altra similitudine che di un certo a corne, mame ne rimetto al prudente giudicio di V. S. Ill.ma. Fu preso da detto contadino e portato nella Terra di Castrovillare; del che avutone notizia il governatore di detta Terra me ne fu dato subito particulare avviso per correro a posta; ordinata che se ne fusse pigliata diligente informatione e idem mandatomi il metallo, et quello che l' haveva trovato, mi venne ogni cosa, et oltra dell'informatione dinuovo dal detto Contadino intesi distintamente quanto V. S. Ill.ma ha inteso. Il Tuono fu inteso sessanta miglia di lontano; il cadere del fulmine fu visto da una infinità di persone, che si trovorno in Campagna; e questo è quanto posso riferire a V. S. Ill.ma sopra questo fatto, non lasciando di dirle che con tutto che in apparenza il detto metallo non mostri pesare, mentre si reputerà per ferro, più di quindeci libre pesa non di meno libre trentatrè.

La lettera così tradotta,  si leggerebbe:

All' Ill.mo signor Ferrante Carafa, Marchese di San Lucido.

Poiché V.S. Ill.ma mi ha ordinato di farLe una relazione sul fulmine o tuono che si è abbattuto il giorno 10 del mese corrente sul territorio di Castrovillari, Le riferisco che il suddetto giorno di Gennaio, che secondo il vecchio calendario doveva coincidere con il primo giorno dell'anno e del mese corrente, alla diciannovesima ora, fu visto da una moltitudine di contadini che si trovavano in campagna impegnati nei lavori rurali e da molte altre persone di comprovata fiducia, che si trovavano in viaggio e nei territori circonvicini di Cassano, Morano, Castrovillari, Saracena ed Altomonte, scendere dalla più elevata parte dell'atmosfera un elemento nella modalità di un fulmine, con un rimbombo ed un grande tuono: nel cadere, il fulmine fu visibile persistentemente mezzo quarto d'ora, secondo la testimonianza di molti e, cadendo, veniva ad assumere nell'aria forma di biscia, a tal punto che molti viandanti e persone che si trovavano in campagna ebbero un grandissimo timore che cadesse sulla loro testa; sostengono che mentre cadeva, precipitando in basso, assumesse nell'aria la forma di una nube di colore scuro, la quale in cima irradiava fiamme di fuoco e ritengo che lo stesso fumo che portava con sè costituisse quella nube e che la velocità con cui precipitava, poichè in quella giornata il cielo era assolutamente sgombro di nubi, facesse apparire fiamme di fuoco; infine, andò a precipitare su Castrovillari, nella pianura che si estende verso Morano e precisamente nella vigna di Giovanni Alfonso Cataldo; cadde su una pietra viva, grande tanto da non poter essere sollevata da terra neppure da due uomini e la frantumò in mille pezzi e da quel punto si abbatté su di una cava di pietra che in questo paese viene chiamata "Chiatra", cosicché il fulmine, scaricandosi al suolo, si irradiò per circa trenta palmi, finché trovò del terreno nel quale penetrò per circa tre palmi, nonostante avesse incocciato i suddetti ostacoli; un contadino, che si trovava nella stessa vigna per zappare, depone nella sua testimonianza che, dopo essere stato per lungo tempo tramortito per la paura, riavutosi, vide che nel luogo dove era caduto il fulmine fuoriusciva un densissimo fumo che durò due ore e, nonostante il desiderio e la curiosità di andare a vedere di cosa si trattasse, non osò avvicinarsi al luogo dell'impatto, finché poiché passavano da lì due pastori, rincuorandosi vicendevolmente, si recarono tutti insieme a vedere di cosa si trattasse. Stranamente non trovarono pertugio o fossa dove era caduto, perché il grande calore manteneva sollevato il terreno a tal punto da farlo sembrare piano; il primo contadino si avvicinò toccando con il bastone nella terra da dove aveva visto uscire il fumo che ormai era cessato e, nel toccare quel punto del terreno che era ancora sollevato e gonfiato dal calore, che era promanato dal fulmine, fuoriuscendone il vapore, si affossò ed apparve una vena di metallo da cui proveniva cattivo odore come se si trattasse di zolfo ed era ancora così caldo che a malapena si poteva toccare con le mani. La forma è la stessa che ha visto V.S. Ill. ma  che, messo alla prova per capirne la natura, è risultato ferro fortemente temperato; la forma alcuni la raffigurano appropriatamente come la testa di un montone. Io stesso non gli saprei dare altra raffigurazione che quella di una specie di un animale con le corna. Tuttavia, mi rimetto al giudizio prudente di V.S. Ill. ma. L'elemento fu preso dal suddetto contadino e trasportato nella città di Castrovillari, della qualcosa, avutane notizia il governatore di questa città, me ne ha dato specifico avviso per mezzo di un corriere. Ordinato che se ne prendesse dettagliata informazione e allo stesso modo recapitatomi il metallo, accompagnato dalla persona che l'aveva rinvenuto, mi fu chiaro ogni dettaglio e nuovamente ascoltai la testimonianza del suddetto contadino, che riferì quanto da V.S. Ill.ma  già appreso. Il tuono è stato percepito nel raggio di sessanta miglia; la caduta del fulmine è stata vista da numerosissime persone che si trovavano in campagna. E questo è tutto ciò che posso riferire a V.S. Ill.ma, anche se, in aggiunta al fatto, non tralascerò di dirLe che il suddetto metallo apparentemente dà l'impressione di pesare, reputandosi ferro vero e proprio, tra le quindici e le trentatré libbre. (Parafrasi testuale della prof.ssa  Filomena  Bloise)

Bernardino Telesio,  grande studioso e filosofo cosentino del XVI secolo, interessato ai fenomeni fisici, affascinato dai misteri della natura e particolarmente dedito alla meditazione e alla ricerca, nel 1583,  si accingeva alla  redazione finale della sua grandiosa opera, il De rerum natura, tuttavia,  rimase così incuriosito dall’incredibile caduta di una pietra infuocata nel territorio castrovillarese, da scrivere il De fulmine quod lucanas in terras decidit. Egli, il primo degli uomini nuovi, come lo definì Bacone, non era affatto d’accordo con quelli che  sostenevano che il "fulmine" era stato generato dalla terra e che su di essa era ricaduto, dopo una sorta di forte eruzione, ed affermava, invece, che, se fosse stato generato in questa maniera o se  fosse stato emesso dalla stessa terra squarciata dal fuoco, né lo squarciarsi della terra né, ancor meno, l’ eruzione del fulmine, sarebbero rimasti inavvertiti dalle popolazioni che abitavano vicino. Lo studioso del Cinquecento scartava anche l'ipotesi secondo cui la pietra infuocata  fosse stata eruttata dallo Stromboli, il vulcano più vicino alla Calabria, perché gli abitanti calabresi avrebbero sicuramente sentito i movimenti tipici dell'eruzione. La verità, era dunque, secondo il filosofo, che il calore del sole aveva probabilmente  prodotto una sorta di "fuliggine", sottile e leggera che, proprio per la sua estrema sottigliezza aveva raggiunto gli spazi alti del cielo, dove si era condensata in oggetti molto compatti, i quali, non riuscendo, per il loro peso, a restare sospesi in alto, erano caduti sulla terra.  Nonostante Telesio non avesse le conoscenze attuali e  il rigore scientifico necessario per l’ esatta interpretazione di tali fenomeni, aveva, però,  quell’ autonomia di indagine e  quella libertas philosophandi, come affermò Campanella, tale da permettergli di fornire ugualmente una spiegazione chiara e una ricostruzione precisa dell’evento, dimostrando che non accettava più, acriticamente, ciò che avveniva intorno a lui, e poneva in primo piano, nell'indagine sulle cose del mondo, il genio e la creatività umana.

Riferimenti bibliografici

S. Pupo, L’anima immortale di Telesio: per una storia delle interpretazioni, Cosenza, 1999

L.De Franco Bernardino Telesio: la vita e l'opera, Cosenza, 1989