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In ogni epoca della storia ritroviamo rocche, castelli fortificati, cinte murarie, e altri sistemi difensivi che non solo caratterizzano l'architettura definita comunemente "militare", ma testimoniano anche le disposizioni dei vari dominatori in un particolare contesto geografico ed in un particolare momento storico-politico. Gran parte di queste interessanti strutture, tuttavia, non ci sono pervenute allo stato originario, anzi hanno subito rimaneggiamenti e riqualificazioni, per cui spesso nel fornire notizie su di esse ci si affida alle fonti documentarie, alle fonti storiografiche e alle indagini archeologiche.
In sintesi, le strutture militari possono distinguersi secondo tre grandi gruppi di tipologie costruttive: recinti-muraglie, torri-castelli-rocche e roccaforti-fortezze, secondo tre distinti periodi. I recinti-muraglie hanno caratterizzato la produzione architettonica del primo periodo (V-X sec.), le torri, i castelli e le rocche quella del secondo periodo (X-XIV sec.) mentre le roccaforti-fortezze rappresentano l'ultima generazione dei sistemi fortificati realizzati nel terzo ed ultimo periodo (XIV-XVIII sec.). In Calabria i Bizantini riciclarono i materiali di età greca e romana i cui sistemi difensivi vennero distrutti dalle invasioni barbariche e scelsero, per edificare i loro castelli, luoghi strategici in posizione elevata, solitamente su rocche naturali distanti dalla costa ma collegati ad essa da fiumi percorribili. I castelli bizantini erano dotati di una cerchia muraria sprovviste di bertesche o caditoie e di torri disposte in modo tale da essere più vicine nei tratti dove il nemico avrebbe potuto accostarsi con facilità. Gli studiosi e i ricercatori hanno rilevato che per la costruzione veniva utilizzato materiale reperito in loco, come selce o calcare, nonché malte e frammenti laterizi disposti secondo piani di posa perfettamente paralleli. Dal X-XI secolo in poi, dopo aver sperimentato, con le Crociate, strategie guerresche di assedio e di resistenza, gli architetti militari, produssero ampiamente, in tutto il territorio calabrese, torri d'avvistamento di forme quadrangolari o tonde, rocche e castelli circondati o meno di muraglie fortificate. In epoca normanna il sistema difensivo venne potenziato attraverso il restauro delle fortificazioni preesistenti e la costruzione di nuove imponenti strutture. Venne introdotto l'uso del fossato e nuove erano anche le tecniche costruttive che prediligevano l'uso del legno e la torre, posta a protezione dei punti vulnerabili, di forma quadrata. Alla fine dell' XI secolo, le costruzioni in pietra sostituirono del tutto quelle in legno. Il primo castello normanno calabrese si trova in località "Torrione" di Spezzano Albanese. Durante l'età sveva, con Federico II, ci fu una cura ed un'attenzione particolare verso l'edilizia militare, considerata non solo uno strumento di difesa, ma un modo dell' imperatore per eternarsi attraverso questi monumenti. Nelle Costituzioni di Melfi da lui ratificate, al titolo XXXII del terzo libro, troviamo "che a nessuno sia permesso di costruire fortificazioni o di restaurare quelle distrutte senza il consenso del sovrano". Cosi in un diploma del 1239 l'imperatore da disposizioni sui problemi di manutenzione dei castelli di Roseto, di Cosenza e di Nicastro, soffermandosi sulle tecniche costruttive utilizzate in Calabria intorno al XIII secolo. In sintesi possiamo dire che i castelli svevi avevano impianto regolare a base quadrata o rettangolare, con quattro torri cilindriche o poligonali agli angoli ed erano realizzati in legno ed in pietra. Con gli Angioini le fabbriche difensive da espressione di un'anonima comunità di maestri divennero il frutto del progetto di una mente creatrice. Compariranno cosi i primi nomi di architetti militari, soprattutto francesi, borgognoni e provenzali, tra i quali primeggia Pierre d'Angicourt. Caratteristica del sistema difensivo angioino era il tiro piombante che consisteva nel lancio di pesanti pietre che, rimbalzando sulle scarpe delle torri e delle mura, produceva effetti devastanti sugli assedianti. Un ordine di Carlo d'Angiò del 1272 afferma che le riparazioni dei castelli dovevano farsi per tutto il regno communi forma et equali stilo. Le costruzioni angioine erano caratterizzate da una certa regolarità di forme e dalla presenza di cortine intervallate da torri circolari o da piante quadrangolari con torri cilindriche agli angoli. Le torri fungevano da difesa di fiancheggiamento, in posizione frontale invece c'erano le cortine merlate, integrate dalla difesa piombante che era possibile grazie alle caditoie poste a livello della merlatura di coronamento. Durante gli ultimi anni di dominazione angioina e, successivamente,con la dominazione aragonese, l'avvento della polvere da sparo introdusse nell'arte militare l'uso delle armi da fuoco e di moderni mezzi di offesa quali i trabucchi e le bombarde determinando anche notevoli cambiamenti nell' architettura militare. Nel periodo aragonese, infatti, le torri, il fossato, le merlature, le cortine ,le caditoie per la difesa piombante diventarono inutili e dannose. Gli attacchi, infatti, miravano a colpire proprio questi elementi architettonici che, crollando, producevano effetti dannosissimi sui difensori. Le strutture antiche, inoltre, non avrebbero potuto sostenere il peso dei cannoni, quindi, s'iniziò a ingrossare le mura ed a dotarle di una base scarpata, e a sostituire le antiche feritoie a croce con fori rotondi ed i merli con i merloni. Le costruzioni militari d'età aragonese si presentano basse, allargate e protette da bastioni. L'utilizzo infatti dei cannoni,infatti, necessitava di torri larghe e basse, di forma circolare per attutire l'urto delle palle di cannone, fornite di rampe o scivoli che permettessero lo spostamento dei pezzi da una torre all'altra, nonché dotate di un ampio e robusto parapetto con specifiche aperture per le bocche da fuoco. Grande ingegnere ed architetto militare al servizio degli Aragonesi fu Francesco di Giorgio Martini. Con l'avvento dell'età moderna i regnanti cominciarono a lasciare molte strutture difensive in balia dei piccoli feudatari locali, determinando, almeno in Calabria, uno stato di degrado e di disfacimento delle stesse. |