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La banda dei Saracenari, descritta come gente rozza e violentissima che sparse il terrore, subito dopo l’unità d’Italia, tra le popolazioni di Saracena, Morano, Firmo, Acquaformosa, Spezzano Albanese, era composta da una ventina di briganti,capitanati dai giovani Carlo Di Napoli e Domenico Di Pace, entrambi di Saracena. Di essa faceva anche parte, saltuariamente, Angelo Maria Cucci di Spezzano Albanese, che talvolta venne indicato come un suo capo. La banda dei Saracenari conosceva perfettamente i luoghi citati e si muoveva con estrema rapidità tanto da sfuggire, quasi sempre alle forze dell’ordine e da dileguarsi tra i monti, dove nascondevano veri e propri depositi di armi e di denaro. La banda dei Saracenari operò spesso con le famigerate bande di La Valle, di Palma e di Antonio Franco. Quest’ultimo si qualificava “sergente borbonico” portando sempre con sé una bandiera borbonica e sostenendo come prossimo il ritorno a Napoli del re Francesco II, accusava il governo italiano di averlo costretto a darsi “alla macchia” per le campagne calabro-lucane e l’allora sindaco di Terranova di perseguitarlo. Antonio Franco, noto come “il lupo del Pollino”, viene ricordato dalle cronache del tempo come un brigante crudele e feroce, un uomo sulla trentina, di corporatura snella, con capelli, baffi e basette rossiccie, che portava sempre in testa una coppola rossa e vestiva con una giacchetta di castoro blu e pantaloni di bordiglione dello stesso colore. La banda dei Saracenari si unì alla banda di Franco quando questa decise di raggiungere il monte Pollino e da lì trasferirsi in Basilicata. Erano sempre armati fino ai denti con coltelli e fucili a doppia canna e riconoscibili dal loro “modo di vestire” cosiddetto “alla brigantesca”: portavano i caratteristici cappelli bordati con lunghe strisce di velluto, frastagliate di filetti d’oro, che terminavano sul cocuzzolo con due piccoli bottoni di madreperla. Angelo Maria Cucci foggiava sempre un orologio con un lungo laccio d’oro e aveva le dita piene di anelli, in segno di comando. Bivaccavano tra gole e dirupi, mangiando le pecore che riuscivano a rubare, il pane, i formaggi ed i prosciutti che estorcevano continuamente ai ricchi contadini e ai massari, gozzovigliando e tracannando vino, al suono delle cornamuse. Innumerevoli furono le loro azioni criminali, tra cui aggressioni, rapine, sequestri di persona, violenze sessuali e omicidi, fino a quando non arrivò il famoso colonnello Fumel, lo spietato sterminatore del brigantaggio. Moltissimi briganti furono catturati, alcuni di essi vennero condannati a vita ai lavori forzati, altri vennero uccisi, tra cui un brigante di Acquaformosa, che perse la vita in un conflitto con la Guardia Nazionale e la sua testa, infilzata in un palo, venne portata in giro per il paese e lo stesso Antonio Franco, catturato a Lagonegro nel novembre del 1865 e fucilato in piazza a Potenza . Tra il 1862 ed il 1866 ci furono millenovecentoottantasette processi contro il brigantaggio, durante i quali furono chiamati a testimoniare molti proprietari terrieri ed illustri cittadini della provincia di Cosenza. Tra questi ricordiamo Luigi Gramazio, barone e sindaco di Firmo, Capitano della Guardia Nazionale e ricchissimo possidente, il quale, durante l’interrogatorio, affermò che aveva tentato invano di persuadere alcuni briganti a costituirsi, nel loro interesse, delle loro famiglie e del paese e citò tra questi il brigante Frega Milizio, che prima di unirsi alle bande aveva fatto parte della colonna garibaldina di Giuseppe Pace a Capua e il brigante Damiano, protetto dalla vecchia polizia borbonica di cui era un’efficiente spia.
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