| La Petrosa e le grotte neolitiche di Santo Iorio |
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La Petrosa è una vasta area ricca di pietre e detriti rocciosi di vario genere, posta alle falde della Catena del Pollino e si estende dalla zona periferica a nord di Castrovillari fino a Frascineto. Dal punto di vista geologico la Petrosa è una piana alluvionale (Conoide detritica) che raccoglie tutti i frammenti di roccia provenienti dal Massiccio del Pollino, una volta erosi dalle acque, dalla neve, dai ghiacci, dal vento e dal freddo, che vengono poi trasportati a valle dalle piogge alluvionali. La Petrosa è posta al centro di un incredibile scenario, un anfiteatro naturale, circondato a nord/nord-ovest dalla catena del Pollino, ad ovest dalle prime cime dell’Orsomarso a sud/sud-est dalla Conca di Castrovillari e dalla pianura di Sibari. L’intera area, di importante valenza naturalistico-ambientale, è caratterizzata da due forme di vegetazione tipiche delle aree più degradate della fascia mediterranea: la gariga e la steppa mediterranea. La gariga è caratterizzata da piccoli arbusti che non superano il metro di altezza, disposti in modo discontinuo. Le piante della gariga, per adattamento all’aridità, sono ricoperte di peluria, sono biancastre, viscose ed aromatiche. Ricordiamo il cisto rosso, il timo arbustivo, l’euforbia rigida, l’euforbia spinosa, l’elicriso. La steppa mediterannea, diversa dalla steppa russa, è una prateria dominata da graminacee perenni. A livello faunistico quest’area, oltre ad essere ricca di numerosi uccelli, presenta un enorme quantità di specie di insetti, molte delle quali appartenenti ai coleotteri come gli scarabei detti stercorari che si nutrono e fanno il nido con lo sterco e vari tipi di cavallette, tra cui la più grande d’Europa. La Petrosa è considerata tra le aree a più alto grado di biodiversità del Parco Nazionale del Pollino, soprattutto per la presenza di tutte e cinque le specie delle allodole europee. Per tale ragione la Comunità Europea l’ha nominata ZPS, Zona Protezione Speciale. in località Petrosa, troviamo le grotte di Santo Iorio che rientrano nel tipo delle “grotte panoramiche” poiché da esse è possibile dominare con lo sguardo, da una parte, Castrovillari e la piana di Sibari e dall’altra parte, i monti dell’Orsomarso. Il sito, estremamente suggestivo e ancora poco valorizzato sia dal punto d vista naturalistico che archeologico si pone lungo una un’importante direttrice preistorica e protostorica che sembra congiungere idealmente gli insediamenti presenti a quell’epoca nel territorio della Calabria Citra, dalla Grotta del Romito a Papasidero alle grotte di Sant’Angelo a Cassano Ionio. Le grotte di Santo Iorio, chiamate anche grotte delle Capre o dei Rinnegati, godono di una posizione strategica, essendo protette sul lato sinistro dall’alveo di un torrente (il Canal Greco) e da una collina calcarea posta di fronte ad esse. Attualmente le grotte sono cinque poiché le altre sono franate e fino a qualche tempo fa venivano usate dai pastori come ricovero delle greggi. Scoperte nel 1954 da Agostino Miglio, grazie al rinvenimento di ceramica d’impasto scuro, le grotte vennero indagate e studiate, ma non sono mai stati condotti scavi sistematici sul luogo. Sembra ad una prima analisi che il loro uso fosse sacro e rituale, nel senso che sebbene sia incerto, come per tutta la Calabria, quale fosse il rito dei morti nella fase eneolitica, è probabile che all’interno delle grotte venissero interrate ollette cinerarie contenenti i resti dei defunti. I frammenti ceramici rinvenuti sono relativi a capeduncole e vasi a collo largo con anse a nastro, ad anello, a rocchetto o con semplici prominenze sferoidali (bugne). Interessanti anche le decorazioni, poste in orizzontale o in verticale, con impressioni o incisioni. In particolare, tra i reperti più consistenti, attualmente presenti al Museo Archeologico di Castrovillari, ricordiamo la ceramica decorata impressa con impronte di dita, di unghie, di conchiglie, la ceramica incisa con bastoncini prima della cottura, la ceramica graffita dopo la cottura. Nel dettaglio la ceramica di Santo Iorio presenta quel tipo di decorazione a solcature parallele prodotte durante la solcatura del vaso, secondo la tecnica propria dello stile di Piano Conte nelle isole Eolie, attestato peraltro anche in Puglia e in Campania, la cui diffusione ha seguito probabilmente una direttrice Nord-Sud, da queste ultime regioni verso la Sicilia, attraverso la Calabria. Tali reperti richiamano quelle culture siciliane diffuse in tutta l’Italia meridionale: prima quella di Diana (dal nome della contrada dell’isola di Lipari), nel neolitico finale, poi quella di Piano Conte nell’eneolitico iniziale. Caratteristiche sono le anse tubolari cosiddette “a rocchetto” del neolitico superiore, generalmente peculiari ad un tipo di ceramica a superficie monocroma lucida di colore rossa, con forme semplici, riferibile allo stile “di Diana". Mancano nelle grotte di Santo Iorio i rinvenimenti d’industria litica e metallurgica. La stessa funzione sacro-rituale delle grotte doveva avere la collina di fronte, sulla quale sono stati scoperti durante i lavori di forestazione piccoli vasetti contenuti in altrettante piccole buche. E’probabile che l’abitato, riferibile ad un villaggio eneolitico, sorgesse sul sovrastante pianoro e fosse costituito da capanne di paglia e legno. Simili rinvenimenti ceramici sono stati effettuati presso le grotte della Sirena.
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