Icone Bizantine nel cuore di San Basile PDF Stampa E-mail

Nessuna civiltà passa senza lasciare un’eredità, nessuna civiltà di grado un po’ elevato è nata senza precedenti. Chiaro è il riferimento alla civiltà bizantina, nata, modellata e influenzata dal Cristianesimo, così  come uno scultore modella la sua creta, così la fede cristiana pose dei limiti al mondo bizantino che non poterono mai essere oltrepassati, stabilì la sua forma e le sue restrizioni.Le icone bizantine sono il frutto di un’arte plurimillenaria, la loro nascita e la loro diffusione avviene a  partire dal V-VI secolo, i

n un’epoca  in cui ancora non vi erano divisioni fra le Chiese,ma anzi i Padri conciliari, consci della natura umano-divina di Cristo, videro nelle immagini della Sua vita, della Madre e dei Santi, un saldo baluardo per il consolidamento della nuova cristianità. L’arte paleocristiana del III secolo era solita utilizzare,come ben si evince dagli antichi esemplari pittorici presenti nelle catacombe romane; figure simboliche, in cui uccelli, pesci o altre allegorie erano manifestazioni  di un profondo esoterismo proprio degli iniziati, ove la sincerità espressiva suppliva al gusto e all’eleganza dell’estetica. Per le icone confluisce l’eredità del mondo antico in cui predomina il ritratto: infatti è notevole la somiglianza tra la ritrattistica funeraria dell’Egitto tolemaico (I secolo a.C. - IV secolo d.C.) e le più antiche icone.È necessario dire che l’icona, è sbocciata quando lo spirito greco e lo spirito cristiano si sono incontrati, si sono sfidati ed infine si sono armonizzati per spiritualizzare la materia. Cos’è l’icona oggi?L’icona dal greco εικών-eikon, immagine sacra su tavola lignea, è l’espressione grafica del messaggio cristiano affermato nel Vangelo attraverso le parole e estrinsecato nella Teologia, perciò spesso in ambito bizantino viene usato il termine “scrivere” piuttosto che “dipingere” quando vien confezionata un’icona.Come la Sacra scrittura l’immagine sacra è mediatrice del rapporto tra l’uomo e il divino, una mistica mediatrice tra il mondo terreno e quello celeste. Una specie di finestra spirituale aperta che permette a coloro che lo vogliono di contemplare il Signore. Venerando l’icona si venera colui che vi è raffigurato (il Cristo, la Vergine Madre di Dio e i Santi).Essa, infatti, non è una semplice rappresentazione storica, ma è parte integrante del culto. Nelle chiese di tradizione bizantina − quella che si segue a S. Basile − il presbiterio è separato dalla navata dall’iconostasi, alta transenna lignea su cui sono sospese alcune raffigurazioni ben precise affinché il fedele, guardandole, possa meditare sul piano attuato dal Signore per la salvezza dell’uomo.Nell’icona non sono dipinti in modo ritrattistico e naturalistico tanto i personaggi che ciò che sta intorno ad essi, perché non devono generare distrazione con la loro sensualità ma guidare la mente verso l’astrazione dal materiale per pregustare il mondo lieve della spiritualità: si canta infatti “deponiamo ogni mondana sollecitudine” per diventare simili ai cherubini.La confezione stessa dell’icona con elementi che derivano dal mondo minerale, vegetale e animale (legno, acqua, gesso, uovo, terre colorate) vuole sottolineare l’armonia dell’uomo con il creato quale era prima del peccato.Nelle icone si ha il ripetersi delle tipologie iconografiche tramandate, secondo quanto stabilitonel Concilio Niceno II, dove si stabilì che era legittimo venerare le immagini sacre, l’artista non può dar sfogo alla libera fantasia, ma deve attenersi a quanto prescritto dalla Chiesa, perché l’iconografia non è un’arte indirizzata al solo gusto estetico, ma un’arte al servizio della fede. Ecco, quindi, che ogni elemento nell’opera è un inno di ringraziamento al Signore, a cominciare dai colori che assumono un significato simbolico preciso: ad esempio il rosso simboleggia l’umanità, il fuoco, il sangue; il blu e il celeste la divinità, lo spirito; il verde la giovinezza, la vitalità; il marrone la terrà, l’umanità. Molto importante è l’oro, costituendo lo sfondo, non solo diviene fonte di illuminazione del dipinto, ma ci sottrae dal κρόνος-kronos, dal tempo materiale per consegnarci al καιρός-kairos tempo spirituale, interiore, tempo dell’amore, della contemplazione, dell’eternità. La prima icona di Cristo, si narra, fu fatta durante la Sua vita terrena: si tratta del Mandilion (fazzoletto) su cui mediante un contatto diretto col Volto del Signore, ne rimase impressa l’immagine, perciò“non fatto da mano umana”, mentre l’icona della Vergine Odigitria con il Bambino in braccio (colei che indica il cammino), si attribuisce alle mani dell’Evangelista Luca. Tutta questa ritualità fatta di gesti, culti e immagini è viva nelle comunità italo-albanesi di tradizione bizantina di Calabria e di Sicilia, isole spirituali aperte a tutti coloro che vogliono coglierne l’essenza.L’icona non è un patrimonio esclusivo della Chiesa bizantina, ma è l’espressione della Chiesa indivisa, cioè di tutti quei popoli cristiani, che professano la stessa fede nell’unico Signore. Vi è attualmente la riscoperta della vera espressione artistica dell’iconografia bizantina anche nell’Occidente cattolico: «Da alcuni decenni – scriveva Giovanni Paolo II – si nota un recupero d’interesse per la teologia e la spiritualità delle icone orientali; è un segno di un crescente bisogno del linguaggio spirituale dell’arte autenticamente cristiana. Il credente di oggi, come quello di ieri, deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero, senza per nulla occultarlo. È questa la ragione per la quale oggi come per il passato, la fede è ispiratrice necessaria dell’arte della Chiesa». Il piccolo centro albanofono di San Basile racchiude una duplice rilievo riguardo il fiorire del sentimento culturale e cultuale rivolto all’Oriente, sia per la sua origine albanese, che nel corso di questo anno festeggia la ricorrenza di ben 500 anni dalla prima venuta di profughi albanesi su quella che doveva essere una sperduta landa, sia perché sede del millenario monastero italo-greco di Santa Maria Odigitria che ha contribuito al perdurare del culto e dei costumi bizantini.  È così da quel lontano approdo di monaci orientali alle falde del Pollino, che l’espressione artistica dell’iconografia bizantina entra nel cuore di San Basile, con momenti di decadenza e periodi più o meno fiorenti giunge fino ad oggi.Le icone e le immagini sacre presenti nella chiesa del monastero e nella Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, sono  manifestazioni artistiche, eleganti  e raffinate, che pittori e iconografi  hanno creato per la devozione dagli anni ’30 in poi. Dal 19 dicembre 2009, la piccola comunità si è arricchita della sede di un Museo delle icone, di cui, autore del progetto e dell’allestimento, è stato il professore Gaetano Passarelli, esperto di iconografia, già docente di Storia bizantina presso l’Università di Chieti e di Roma Tre, di  Spiritualità orientale presso l’Istituto Superiore di Studi medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum e di Liturgia bizantina al Pontificio Istituto Orientale. Il museo di San Basile, rappresenta rispetto all’altra sede museale di Frascineto, un’integrazione e un completamento. Infatti se nel museo di Frascineto sono presenti opere originali che coprono un arco temporale che va dal XVII al XX secolo provenienti dalla Russia, e da altre località balcaniche; nel museo di San Basile invece si hanno copie d’autore, eseguite dal maestro Maria Galie, che ha riprodotto originali dei secoli XII-XVIII,  mediante l’antica tecnica di pigmenti e rosso d’uovo. Le opere autentiche si trovano sparse in diversi luoghi del mondo: nel Monastero di Santa Caterina del Sinai (Egitto), nel monastero di S. Matteo di Iraklion (Creta – Grecia), nell’Istituto Ellenico di Venezia, nella Collezione del Dumbarton Oaks di Washington (USA), nel Monastero di Iviron sul Monte Athos (Grecia), nel Monastero di Barlaam  sulle Meteore (Grecia), nel Museo Nazionale d’Arte medievale di Korça (Albania), nel Museo Russo di S. Pietroburgo (Russia), nella Galleria Tret’jakov di Mosca (Russia).Scopo di questa nuova sede museale è mostrare come l’arte iconografica, nel tempo, ha avuto diverse scuole, dalle più conservatrici, con un linguaggio pittorico molto asciutto ed essenziale, ad altre più innovative perché capaci di interagire col mondo Occidentale. Dalle espressioni artistiche della tradizione iconografica di Costantinopoli del XIII secolo, sono state generate le scuole del nord (Mosca, Novgorod, Pskov ecc.), la scuola macedone nei Balcani, la scuola cretese a sud. Nel museo di San Basile sono raccolti alcuni esempi pittorici che vanno dal XII al XVIII: dai modellati toscani, alla tradizione monastica più rigida. Si può gustare la monumentalità dell’arte iconografica comnena e paleologa della Capitale, accanto a capolavori degli eclettici iconografi cretesi o macedoni o russi. L’esposizione di San Basile, ospitando le opere delle differenti scuole iconografiche, dimostra come pur avendo una tipologia iconografica prestabilita il genio e  bravura dei vari iconografi abbiano espresso capolavori originali. La loro arte ha avuto modo di differenziarsi, coniugando tradizione e innovazione grafica e cromatica. L’icona nel cuore di San Basile è tradizione cultuale racchiusa nelle chiese, ma anche espressione d’arte all’interno del Museo che crea un legame indissolubile tra questa piccola comunità e paesi dell’Oriente; la cui lontananza è solo apparente. Si intende dimostrare  che pur essendo l’arte iconografica austera, non solita da vedere, al pari dell’ arte contemporanea che non è facile da capire alla prima occhiata; ha un  significato nascosto, dietro la superficie. L’iconografia è un’arte dello spirito più che della carne, e da questo punto di vista vuole essere avvicinata, il cui merito consiste nella qualità della ripetizione e non nell’originalità, come in una ben conosciuta tragedia di Shakespeare la familiarità conduce a un più profondo apprezzamento non alla stanchezza.Chi giunge a San Basile visitando le chiese ed il museo può ammirare uno spettro iconografico unico che va dal XII secolo ai nostri giorni. Non bisogna dimenticare che la Badia custodisce un affresco del XIV secolo e la parrocchiale presenta opere di iconografi (italiani, greci, albanesi) dagli anni trenta ai nostri giorni. Si ha modo così di soddisfare la curiosità e l’interesse di riscoprire le radici storiche nella consapevolezza che questo piccolo centro abitato custodisce un filo sottile che conduce verso l’Oriente, ove l’arte e la fede hanno creato un sodalizio indelebile

 

Carmelina Guida

 

 

 

 

 

 

 

 


Riferimenti bibliografici:

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