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“Le vallje troverebbero somiglianza nella danza pirrica dei greci e in quella illirica e consiste precisamente in una ridda composta specialmente da fanciulle,
che tenendosi per mano o per le estremità di serici fazzoletti, formano una lunga fila, alle cui estremità si trovano due giovani, uno dei quali sventola la bandiera. La vallja così composta, gira danzando con artistici movimenti, ora disegnando un circolo, ora una spirale, mentre si cantano inni patriottici o versi improvvisati”. Con queste parole il Giordano descrive la tradizionale “vallja” che durante la Pasqua riprende vita nei paesi arbëreshe, essendone unica la terra di provenienza. In passato per tre giorni consecutivi si celebravano tali balli, dalla domenica al martedì, fino a quando nel 1629, il Monsignor Pierbenedetti, vescovo di Venosa, durante la visita pastorale alla diocesi di Rossano, considerò tali festeggiamenti blasfemi e li proibì. Ma a cosa è legata tale danza, suggestiva espressione della cultura popolare degli Albanesi di Calabria? La tradizione vuole che queste feste rievochino la gloriosa vittoria ottenuta dal condottiero Giorgio Castriota Skanderbeg (Gjergj Kastrioti) sui Turchi, proprio il 24 aprile 1467, giorno di Pasqua e le successive celebrazioni del trionfo per tre giorni consecutivi. Un fedele resoconto di questo solenne giorno, lo propose Serafino Basta, scrittore conterraneo, che nel 1855 pubblicò nel “Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato” di Lorenzo Giustiniani : “Nel pranzo della domenica lunedì, martedì hanno costume riunirsi varie compagnie di giovani, i quali vestiti alla foggia orientale, con turbanti in testa, con spade elevate in alto e con bandiere vanno cantando fatti guerreschi e le vittorie dell’eroe di Kruja”. Epiche rapsodie, canti struggenti, augurali e di sdegno, dall’originale colorito albanese insieme con danze dal ritmo sostenuto e dalla dolce avvenenza esprimono il sentimento, la tenerezza, il rimpianto, il dolore per la patria abbandonata. Le donne intonano la storia di “Kostantino e Jurentina” (Costantino che torna dalla morte pur di onorare la parola data, la besa, uno dei principi fondanti della cultura albanese), mentre gli uomini, che rappresentano i soldati dell’eroe albanese, cantano “Skanderbeg una mattina”, melodia che narra le gesta dell’eroe durante la battaglia di Kruja. I giovani vestiti degli splendidi costumi tradizionali (llambador), sfilano in un tripudio di colori e di ori, dove i movimenti si armonizzano con il canto, con lo sventolare della bandiera e dei fazzoletti. La ridda con fantastiche evoluzioni, con andatura elegante e sinuosa imprigiona un non albanese, il quale per ottenere il riscatto deve offrire una generosa bevuta, a sua volta i danzatori poi quali nobili cavalieri lo ringraziano con il canto. Non è dunque una tarantella calabrese o un mero fenomeno di folklore, la vallja, armoniosa, autentica danza antica, non appare avulsa da radici profonde e originali motivazioni. La si rievoca in un atavico rito, che non è messa in scena per stranieri, ma rappresentazione dell’identità di un popolo vitale, gli albanesi. Attualmente ha luogo principalmente a Civita, Frascineto, ad Eianina, a San Basile e Firmo ed in altre comunità il martedì dopo la Pasqua.
Guida Carmelina
Riferimenti bibliografici:
E. Giordano 1957, Folclore albanese in Italia - Usi e festeggiamenti tradizionali nell’occasione di Pasqua-Frascineto, Eianina, Cassano Ionio
F . D’Agostino 2008, Nga me ne Il Vademecum del turista, Civita
F . Fusca 2008, Le minoranze e la democrazia Storia e lingua degli albanesi d’Italia, in Katundi Yne, rivista italo- albanese di cultura e attualità, n. 132 p. 3,Civita
S. Emmanuele 2008, Incentivare la qualità e destagionalizzare il turismo, in Katundi Yne, rivista italo- albanese di cultura e attualità, n. 132 p. 44, Civita
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