| L'antico monastero di Santa Maria Odigitria |
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Il monastero italo-greco di Santa Maria Odigitria in San Basile si erge alla fine della Via Abbadia, nel medesimo luogo in cui in origine, presumibilmente nel lontano terzo decennio del X secolo, fu costruito il cenobio intitolato a San Basilio Craterete, epiteto quest’ultimo d’origine greca che esalta la figura carismatica dell’asceta di Cesarea. Il cenobio di San Basilio, eloquente attestato della cultura religiosa bizantina, sorse quindi nel periodo in cui la vita religiosa e spirituale della Calabria si legò indissolubilmente alla presenza di comunità monastiche dell’Oriente che a loro volta ne delinearono l’evoluzione culturale, sociale e artistica. Difatti, con la moltitudine di eremitaggi e di monasteri, si plasmò alle falde estreme dell’Appennino e lungo le aspre giogaie ioniche e tirreniche, l’Eparchia monastica del Mercurion. Non solo, altri dedali e crocevia di religiosi germogliarono da un’estremità all’altra della regione, avendo come filo conduttore la profusione del cristianesimo. Proprio per conferire ristoro alle imprescindibili carovane di asceti, nacque il cenobio di San Basilio, luminoso faro ai piedi della catena del Pollino. Le poche notizie inerenti il cenobio e la storia più antica, rimandano alla prima metà del XV secolo e informano che monaci, pervenuti dalle vicine province di Basilicata e Campania, si riunirono in un Concilio nell’ eremo di San Basilio. Più tardi il convento accolse la visita pastorale guidata da Atanasio Calceopulo, archimandrita del Patirion di Rossano. L’austero monaco constatò, come già per molti altri ritiri spirituali, un degrado dell’ordine religioso. Logico epilogo fu l’affidamento del cenobio di San Basilio Craterete al vescovado di Cassano, di rito latino. I decenni del XVI secolo, non solo consentirono una nuova fase di vita del monastero, ma coincisero con la nascita nelle vicinanze, di un feudo rustico popolato da famiglie espatriate di albanesi che col tempo avrebbero creato il borgo di San Basile. Oggi, del vecchio edificio ecclesiastico, restano solo poche e antiche pietre inglobate ormai nelle ampliate ali dell’Abbazia. Precisamente nel 1932 l’arcaico cenobio di San Basilio si ridestò dalle vecchie ceneri, tale rinnovamento avvenne grazie all’opera caritatevole dei monaci della Badia greca di Grottaferrata, desiderosi più che mai di ritornare nella terra che aveva dato i natali ai Santi Nilo e Bartolomeo, nacque per loro volontà l’unico monastero di monaci italo-greci con ritualità greco-bizantina cattolica in Calabria, essendo gli altri centri religiosi a Grottaferrata e Mezzoiuso. In questo periodo, quasi in ossequio ad un ciclico destino che si ripete a molta distanza dalla sua prima istituzione, il monastero è privo di monaci. Da un lato l’edificio attuale appare in veste di moderna struttura, in cui vecchi elementi hanno ceduto il passo a nuove sembianze; dall’altro, invece, si deve proprio ad un antico lacerto di pittura murale, ubicato sulla parete settentrionale della chiesa, la trasmigrazione dall’antica dedica a San Basilio a quella nuova omaggiante la Madonna Odigitria. Entrando nella chiesa ad unica navata l’attenzione si concentra sui paramenti propri dell’arte bizantina, la magnificenza austera della lignea iconostasi che cela l’ara sacra, nasconde anche l’affresco sopraccitato visibile così solo durante le funzioni liturgiche. Il dipinto di modeste dimensioni, raffigurante il busto di una “Madonna coronata”, non centrata sul lembo di parete dipinta, ma scostata a destra, con veste cerulea e manto rosso-mattone, con collana aurea, giustapposta in seguito, è identificato dalla vicina iscrizione greca come ΜΗΤΕΡ ΘΕΟŨ-Meter Theù, Madre di Dio ed Н ОΔНΓНΤΡΙΑ-E Odeghetria, la ODIGITRIA. L’affresco suscitò curiosità per l’esplicita mancanza di riscontri iconografici con le immagini già note della Madre di Dio. Una prima considerazione a proposito fu avanzata dallo studioso Biagio Cappelli, che intuì come l’identificazione con la Vergine Odigitria, già supposta nei secoli addietro, allorché s’iniziò a festeggiarla come tale e come poi erroneamente si ribadì nell’iscrizione accanto durante i lavori degli anni trenta, fosse in realtà erronea. Nelle fattezze dell’effige lo studioso riconobbe un esempio raro di “Madonna Regina”, che pur dai caratteri bizantini “tardi e fiacchi”, attestava ancora come il fascino e la vita del mondo bizantino avevano permeato profondamente l’anima popolare e considerò l’affresco come unico resto di una più vasta decorazione del trecento. Altra considerazione fu avanzata da Giovanni Musolino, che descrivendo la posa solenne della “Madonna Incoronata”, espressa in forme pittoriche piene e marcate, ne rintracciò, invece, gli evidenti influssi della pittura romanica, a sua volta chiaramente espressi nelle pitture murali della Madonna della Cripta e del Redentore Benedicente, esistenti nel vicino Santuario della Madonna del Castello a Castrovillari. Pertanto, nel ricercare le più antiche effigi della Madre di Dio, si nota l’inscindibile legame della Madre divina con la figura di Cristo; in particolare è in ambiente catacombale che la Madonna appare per la prima volta integrata nelle scene di Natività, esaltata in quanto Madre del Salvatore. Nello specifico l’immagine della Vergine Odigitria, dal greco Оδηγητρια –Odeghetria dal significato di Guida- condottiera, appare iconograficamente come “Madre con Bambino in braccio”. Proprio per il significato etimologico di Odigitria, la venerazione dell’icona si diffuse ampiamente a partire dal secolo XI. Fu così che il soave volto della Vergine Odigitria si fissò su icone imbrunite dal tempo e su arcaici affreschi, rientrando come parte più nobile, nel contesto di quel culto sacro in cui confluiscono i valori di sapienza e di ragione. Diverse le denominazioni che assunsero in loco le varie riproduzioni della Vergine, da Madonna Itria o di Costantinopoli, a Madonna greca o di San Luca. Tra gli esempi più illustri in Calabria, ove ravvisare l’iconografia della Vergine Odigitria, si ricordano l’affresco della Madonna Achiropita venerata a Rossano e il ritratto della Madonna del Castello a Castrovillari. Quanto detto dimostra l’evidente dissonanza, che il lacerto d’affresco della chiesa di San Basile, ha dagli altri tipi iconografici dell’Odigitria, per questo l’esame delle trasformazioni strutturali avvenute nell’edificio millenario, hanno offerto l’estro di una nuova interpretazione del dipinto da parte del professor Giuseppe Roma, docente di Archeologia cristiana-medievale presso l’Università degli Studi della Calabria. L’attento studio del professor Roma, ha dato una penetrante lettura critica dell’affresco, infatti, ha argomentato che: ”L’immagine che si trova sulla parete settentrionale della chiesa rappresenta un Santo Guerriero, probabilmente S.Demetrio, com’è evidente dal tipo iconografico e che solo in seguito le lettere superstiti furono integrate ricavando surrettiziamente la scritta Н ОΔΗΓΗΤΡΙΑ LA ODIGITRIA. Il brandello d’immagine superstite sembra in linea con le tendenze della cultura figurativa della dinastia macedone (867-1056), allorché le scene di carattere storico cedono il passo, nella decorazione degli edifici di culto, a scelte di carattere liturgico, con la rappresentazione simbolica della Chiesa Eterna, attraverso le raffigurazioni di Profeti, Padri della Chiesa, Santi, Apostoli, Martiri”. La recente affermazione ottiene maggiore credito, non solo per i mancati raffronti dell’affresco in loco con altri simili esempi di iconografie della Vergine, ma pare trovare un rimarchevole riscontro proprio con l’iconografia del santo guerriero sopraccitato. Il lacerto pittorico, sopravvissuto sulla parete settentrionale della chiesa, doveva in antico far parte di un articolato ciclo pittorico con figure di Santi guerrieri. Di certo, quanto detto, non potrà turbare la fede che da generazioni il popolo di San Basile rivolge alla Vergine Odigitria, nel tempo riprodotta secondo i consueti canoni in icona e in simulacro ligneo e solennizzata anche con il nome di Vergine della Misericordia, il lunedì e il martedì dopo la Pentecoste.
Carmelina Guida
Riferimenti bibliografici M. Bellizzi 1995, San Basilio Craterete, Castrovillari F. Bisconti 2000, Temi di iconografia paleocristiana, Città del Vaticano F. Burgarella 1995, Calabria bizantina e cultura greca, in La Calabria classica e bizantina, Atti del Convegno Nazionale di studi di Castrovillari, 11-12 Novembre 1995, pp.63-96 F. Campilongo 1959, Gli Albanesi in Calabria e S. Basile, Pinerolo B. Cappelli 1963, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Studi e ricerche Napoli; Idem 1993 Medioevo bizantino nel Mezzogiorno d’Italia ed altri saggi di storia e d’arte medievale, Castrovillari G. Gharib 1988, Le icone mariane storia e culto, Roma G.P. Givigliano 2001, ( a cura di), Sulle orme di Atanasio Calceopulo, L’itinerario calabrese del Liber Visitationis, Cosenza V. Lazarev 1967, Storia della Pittura Bizantina, Torino E. Morini 1999, Monachesimo greco in Calabria, aspetti organizzativi e linee di spiritualità, Bologna G. Musolino 1966, Calabria Bizantina, Icone e tradizioni religiose, Reggio Calabria M. F. Patrucco 2002, Demetrio di Tessalonica , in E. Guerriero, D. Tuniz(a cura di) Il grande libro dei Santi, Dizionario Enciclopedico, Volume I, Cinisello Balsamo, pp. 529-531 G. Roma 2005, Dal Tardoantico al Medioevo nel territorio della Comunità Montana Italo-Arbëreshe del Pollino, in De Presbiteris et Al.( a cura di), Siti archeologici nel territorio della Comunità Montana Italo-Arbëreshe del Pollino, Spezzano albanese, pp. 49-51
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