L'arte antica di fare teatro PDF Stampa E-mail
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L’amore dei greci per le rappresentazioni teatrali, ancora riecheggia negli antichi teatri che, come tante conchiglie, sono sparsi dolcemente tra le colline del Mediterraneo. Le dimensioni, le armoniche proporzioni di tali architetture erano capaci di rendere perfetta l’acustica e agevole l’ascolto delle voci degli attori da qualunque punto delle gradinate. È il periodo letterario e artistico della Grecia che corrisponde ai due cruciali momenti politico-militari, quello delle guerre persiane e  quello della guerra del Peloponneso, che va perciò dal 500 al 404 a. C. Esso abbraccia così quasi tutto il V secolo a. C., che in onore del generoso protettore di tanti scienziati, letterati ed artisti, viene tuttora detto il “secolo di Pericle”. Se nell’età precedente la piena maturità è raggiunta dall’epopea con Omero, ora l’apice della perfezione è toccato dalla poesia drammatica, nelle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide e nella commedia di Aristofane. La forma degli antichi teatri greci si mostra molto diversa da quella moderna, in quanto gli architetti di allora, con estrema ponderazione, consideravano il luogo in cui la struttura si doveva inserire, dovendo il nuovo complesso sposarsi armoniosamente col paesaggio circostante: si sceglieva dunque il pendio aperto di una collina che si affacciasse su più basse colline, sulla pianura o addirittura sul mare. Su questo declivio si ricavava una successione regolare di gradini di pietra per gli spettatori. La parte bassa della conca veniva spianata per ospitare lo spazio circolare dell’ “orchestra”, dove danzavano e cantavano gli attori del coro, e  la scena, che aveva come sfondo la facciata di un palazzo.  La recita pubblica assunse grande importanza nella vita civile greca, non come mero divertimento, quanto, piuttosto, come rappresentazione simbolica dell’intrinseco significato della vita, della morale, della religione e dell’arte del tempo. Per questo motivo il teatro ellenico appare ancora, a distanza di secoli, insuperabile per fecondità d’immaginazioni, per varietà di forme e di soluzioni, per vivacità e per brio. Una forma d’arte che ha una data e un luogo di nascita ben preciso: il  V secolo a. C. , il secolo del massimo sviluppo dell’arte greca, il secolo della grande Atene democratica. Ci è d’obbligo, a questo punto, spiccare un salto con la fantasia nell’Atene di quell’epoca, sostituendo alle nostre odierne sale cinematografiche, le gradinate del teatro all’aperto lungo le pendici dell’Acropoli: immaginiamo di accomodarci sin dalle prime ore del mattino nel teatro, con la stessa armonia frenetica e convulsa del cittadino ateniese, orgoglioso anche del fatto che ospiti illustri siano giunti per l’occasione dalle grandi polis della Grecia. Al tramonto, quando la trilogia è compiuta, quando, cioè, sono terminate le tre tragedie, coronate a loro volta, dalla rilassante e finale rappresentazione comica, e dopo aver sgranocchiato nel lungo ma piacevole tempo trascorso; datteri, olive e pezzi di formaggio e di carne affumicata che venditori ambulanti hanno offerto, solo allora, ci alzeremo. Una calca di 14.000 spettatori che pullula tra le scalinate, l’équipe teatrale al completo, con attori poliedrici per le diverse maschere, musicanti, costumisti, rumoristi, simulatori di tuoni o di mari in tempesta, a seconda del copione. Il tutto per quattro giorni finché il più grande festival teatrale della Grecia antica, deciderà se premiare Eschilo, Sofocle o Euripide. Il sogno d’un tratto svanisce e ci è solo parso, tra le pieghe del mito, di assistere allo spettacolo dell’arte drammatica senza pari dell’antichità e, oso dire, mio malgrado, anche della modernità…

 

Carmelina Guida

 

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