Bellezza e gloria: i Bronzi di Riace PDF Stampa E-mail
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Kαλός καi αγαθόςkalos kai agathos significa, letteralmente, "bello e buon"o così doveva essere l’uomo greco  vissuto nel glorioso periodo situato, secondo Esiodo, tra l’età del Bronzo e quella del Ferro, perchè solo l’individuo grande moralmente e fisicamente  era in grado di compiere imprese eccezionali. Questo alto senso di sublimazione dell’eroe greco capace di coinvolgere la vita etica e estetica ebbe un chiaro e concreto riflesso nell’arte antica. Immaginare un’opera nel suo insieme come espressione di un perfetto equilibrio non soltanto di forze esteriori, ma anche spirituale, in quanto vincitrice per grandezza interiore prima ancora che fisica, si può, soprattutto se gli indubbi e raffinati esemplari sono i Bronzi di Riace, le statue in cui questa assoluta idealità ha raggiunto il massimo splendore della scienza delle proporzioni corporee. Era il 16 agosto 1972, quando nei pressi di Riace in provincia di Reggio Calabria, a otto metri di profondità nel mar Ionio e a circa 300 metri dalla costa, furono scoperte da un subacqueo due grandi statue virili. Guerrieri o divinità? Alte due metri, nudi e stanti, ambedue poggiati sulla gamba destra, il braccio sinistro sollevato a sostenere lo scudo e la lancia, ora perduti: una è dotata da una folta capigliatura, cinta da una benda in segno di vittoria o di consacrazione, l’altra con elmo, anch’esso smarrito e potrebbe rappresentare Milziade pur senza alcuna intenzione fisionomica. Coperte da numerose concrezioni marine, grazie alle quali il bronzo è stato preservato almeno in parte dall’azione distruttrice delle acque, le statue furono sottoposte a accurati interventi di restauro a Firenze, qui esposte per la prima volta nel 1981. Ma come apparivano i Bronzi di Riace duemila e cinquecento anni fa?  Dalle dorate membra, di rame le labbra e i capezzoli, i denti di una e le ciglia di entrambe in argento, gli occhi in avorio, calcare e pasta vetrosa. Forte è il simbolismo e la meraviglia composita dei due guerrieri, (contraddistinti dalle lettere A e B), soprattutto nel guerriero A, c’è maggiore tensione, vivezza e vigoria nelle masse muscolari, che chiaramente attestano un uomo in βρις - hýbris chiuso nella sua "tracotanza". Il bronzo con il suo stacco cromatico cura tutti gli elementi reali del corpo umano più del rame e si presta alla fusione assai meglio. La possibilità di rendere liquido il metallo col fuoco e colarlo in “forme” adatte per dare al manufatto la sagoma voluta, a differenza dell’ oggetto ricavato lentamente dalla pietra o dal legno, fece si che le officine dei fabbri agli occhi degli antichi, si circondassero di  un’aura magica. Ma chi fece i Bronzi di Riace? Fidia, Mirone, Alcamene. Tutto lascia credere che si tratta di bronzi greci della metà del V secolo a. C. , probabilmente due figure del donario di Delfi, strappate dal basamento per essere portate in Italia, naufragarono sulle coste della Calabria. Esse sono i maggiori capolavori di stile severo-maturo giunto sino a noi, denunciano chiaramente la grande differenza di livello artistico che intercorre fra un originale greco e una copia marmorea di età romana. La paternità continua a restare aperta e per questo è meglio provvisoriamente chiamare questo grande scultore del V secolo il Maestro dei Bronzi di Riace.

Carmelina Guida

 

Riferimenti Bibliografici:

P. Adorno, L’arte Italiana, Dalla Preistoria all’arte paleocristiana Messina- Firenze 1992

A. Brancati, I popoli antichi , Firenze 1995

A. Giuliano, Storia dell’Arte Greca, Roma 2001

C.- M. Villard, La Grecia Classica, Milano 2001

 

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