| Sindone: la scienza risponde |
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“ I venti di quell’altopiano avevano soffiato per molti anni sul Telo Sindonico e vi avevano depositato un fortissimo marchio fisico. Con una frequenza eccezionale dal punto di vista probabilistico, vi si erano incastrati l’Atraphaxis, una pianta spinosa che cresce solitaria, in luoghi sassosi, ai limiti del Deserto Turanico; un’altra aspra pianta delle steppe, il Glaucium che, nei brevi giorni della sua primavera, si apre in grandi fiori e che cresce nella Turchia interna e nelle zone più remote dell’Iran; la Gundelia Tournefortii che vive dove la steppa, inaridendo, decade in un deserto sassoso. Per finire si scoprì che, tra le prime cinquantanove specie di piante reperite sulla Sindone, venti erano abbondanti sull’altopiano di Edessa e non esistevano nell’Europa occidentale”. Con questa parole il criminologo Max Frei Sulzer raccontava i risultati della sua analisi sui pollini trovati sulla Sacra Sindone. La Palinologia è una disciplina che studia l’origine e la diffusione dei pollini dei fiori ed é molto usata in criminologia per rilevare i movimenti e l’origine di persone e cose. Il prof. Max Frei nella notte fra il 23 e il 24 novembre 1973 raccolse in uno speciale nastro adesivo alcuni campioni della polverina osservata sui bordi della Sindone e ne dedusse quanto abbiamo riportato circa i pollini che trovò ed in particolare osservò che la loro provenienza era certamente da porre in parte in Palestina, in parte nella regione del lago di Genezaret ( ma di un’antichità di duemila anni, oggi scomparsi), in parte in Costantinopoli ed infine una parte dalla Francia e dall’Italia. Sembra di leggere la mappa di viaggio della Sindone! Infine, il nostro criminologo camminò sulle antiche mura di Gerusalemme e raccolse pollini di piante che fioriscono in aprile: lo “Hyoscyamus Aureus” e la “ Onosma Orientalis” e li ritrovò infiltrati nel sacro Telo di Torino. Per il criminologo Max Frei, la Sindone era stata in tutti quei luoghi in cui, se fosse il lenzuolo che avvolse Cristo, doveva essere stata. Cinque anni dopo gli studi di Frei, nel 1978 tre americani Jumper, Jackson e Stevenson mentre analizzavano l’immagine tridimensionale del volto sindonico notarono la presenza di rigonfiamenti quasi circolari sulle palpebre. Pensarono subito all’uso funebre di mettere una moneta su entrambi gli occhi. Provarono a sovrapporre all’impronta fotografata della palpebra destra una moneta romana, un Lepton, e videro che si adattava sia per quanto riguarda la misura che per la forma. Il Lepton usato era una moneta coniata a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato nell’anno 30. A seguito di un’analisi ancora più approfondita si vide emergere su quella “moneta” una strana forma ricurva che ricordava la parte arrotondata di un bastone “il lituus”ovvero il pastorale usato dagli auguri, antichi sacerdoti che praticavano l’arte della divinazione, della predizione del futuro. Il “lituus” era il simbolo di Ponzio Pilato ed era caratteristica dei Lepton coniati sotto il suo governatorato. Ma non e’ finita! Sopra il Lituus sembrano apparire quattro segni apparentemente senza significato YCAI. Ed ecco invece rivelarsi un fatto meraviglioso, queste tre lettere facevano parte di una iscrizione impressa nelle monete: TIBERIO(Y KAI)CAPOC “di Tiberio Cesare” e vi é solo una serie di monete, Lepton, che recano queste quattro lettere impresse sulla parte curva del Lituus, quelle coniate sotto Ponzio Pilato dal 30 al 32 d.c.. Ma ancora non basta, l’analisi della sindone da più sorprese di un scavo archeologico, come mai l’impronta sindonica mostra un C invece di K ? Uno studioso padre Filas scoprì altre monete con lo stesso “errore”, evidentemente errore di conio, e questo non fece altro che confermare che si trattava di un Lepton coniato tra il 30 ed il 32 d.c..Segni, più labili dei precedenti, di un’altra moneta sono poi stati trovati, nel 1980, sulla palpebra sinistra ed anche qui due lettere ARO, intorno ad una spiga di grano, hanno fatto supporre che si tratti di una moneta battuta da Pilato nel 29 d.c. in onore di Giulia, madre di Tiberio. Ho già parlato in un precedente articolo della straordinaria specificità dell’immagine sindonica e cioè quella di essere un negativo; voglio solo specificare che se fosse un’immagine dipinta o comunque riportata non si avrebbe nel negativo un effetto positivo ovvero non si vedrebbe un’immagine in positivo ma sempre un negativo di un disegno, ovvero nessuna stampa o decalco, trasmettendo il proprio colore alla sua copia, può diventare il negativo di se stessa, la sindone è un’immagine “impossibile”. Si é detto, come prova della “ medioevalista” della Sindone che il tipo di tessuto ovvero il lino tessuto a “spina di pesce” era sconosciuto duemila anni fa e questa sembrò essere la prova regina fino a quando qualcuno rilevò che una mummia egiziana trovata negli scavi di Antinopolis, in Egitto, antica di venti secoli, poggiava il capo su un cuscino di lino tessuto a “spina di pesce”; ed anche negli scavi di Pompei nel 1938 si trovarono tessuti tecnicamente eguali al tessuto sindonico. Ma i nostri “esperti” non si arresero e notarono che fra i fili di lino del tessuto erano stati trovati frammenti di cotone che duemila anni fa nel Mediterraneo non era coltivato e lavorato, ma sempre l’Egitto smentì queste valutazioni, infatti duemila e trecento anni fa in Egitto filati di cotone venivano impiegati per usi medici. Uno strano fenomeno ha da sempre accompagnato chi si pone di fronte al sacro Lino, man mano che ci si avvicina, l’immagine scompare, in passato si era gridato al miracolo ma anche qui la scienza ha risposto. Esiste un fenomeno ottico chiamato “inibizione neutrale laterale” che consiste nell’ impedire alla retina di “esaltare” i confini tra impronta e lo spazio circostante. In parole povere l’immagine sindonica é debole e non ha bordi disegnati, a distanza di alcuni metri le lievi differenze di colore tra l’impronta ed il Lino pulito si evidenziano all’occhio ma appena ci avviciniamo queste differenze non possono più essere notate e scompaiono, praticamente da vicino è totalmente invisibile. Immaginate un pittore che dipingendo non sa dove mettere il colore! Ulteriore prova che non può essere una pittura. Ed ora parliamo del sangue, fino al 1981 molti critici avevano sostenuto, anche qui con un notevole seguito (stranamente non appena si “scopre” una qualche elemento contrario all’autenticità della Sindone si trovano subito moltissimi sostenitori), che il sangue non era vero ma macchie di colore a base di ossido di ferro. Addirittura tali affermazione avevano trovato una conferma scientifica nell’analisi di un’ Università italiana che escludeva che tali macchie contenessero globuli rossi. Il 10 ottobre 1981 in un convegno il ricercatore John Heller dimostrò con immagini che all’interno di quelle macchie sindoniche vi erano “corpi rotondeggianti”, globuli rossi. Era senza ombra di dubbio sangue umano lasciato da un cadavere spaventosamente martoriato. Si disse allora che il famoso “pittore” avrebbe usato sangue vero per realizzare il suo “falso” ma Heller dimostrò che sotto le impronte di sangue non vi era l’immagine sindonica, cioè l’impronta non si era formata la dove c’era sangue ovvero il sangue non stava sopra l’impronta; questo impediva a chiunque di poter “dipingere” ferite così anatomicamente precise senza aver prima dipinto l’impronta. “ Mai nella storia della nostra cultura, per nessun monumento, per nessun reperto archeologico s’era veduta, di fronte ad ogni informazione scientifica, una tale effervescenza di controipotesi, una tale catena di selvagge fantasie” (Siliato). Lascerò ad un altro articolo il compito di illustrare l’ultima delle “prove scientifiche” sulla datazione medioevale della Sindone, la datazione al C14: ne sentiremo delle “belle”…… Guglielmo Viti
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"Il passato della Sindone alla luce della Palinologia", in "Sindone e Scienza" 1978,Relazione al Congresso Sindonologico di Bologna 1981
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